Partecipa a GoBeyond. In palio due premi da 20.000 euro

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La call for ideas di SisalPay

 

HAI TEMPO FINO AL 31 OTTOBRE 2018!

In palio due premi da 20.000 euro l’uno

 

Da sempre SisalPay sostiene i giovani imprenditori. In questo processo di accelerazione si inserisce

la call for ideas GoBeyond che valorizza i talenti emergenti e supporta le start up italiane.

Il contest premierà il miglior progetto per le categorie di Innovazione e Servizi al cittadino

attraverso un grant di 20 mila euro per ogni idea vincente,

nonché un supporto di advisory di eccellenza sostenuto dal network dei partner di GoBeyond

che avranno un ruolo di valutazione e, soprattutto, di mentorship e formazione.

 

Cosa stai aspettando?

Visita il sito www.gobeyond.info

e partecipa alla nuova edizione del contest registrando la tua idea.

 

In collaborazione con

 

Per informazioni: Sisal Comunicazione | +39 028868971 |  sisalcomunicazione@sisal.it

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Ferpi: i prossimi appuntamenti per i colloqui di esame

Ferpi: i prossimi appuntamenti per i colloqui di esame

Si terranno il 24 ottobre a Milano e il 26 a Roma le prossime sessioni di colloqui di esame di ammissione a Ferpi. Disponibili on line tutte le informazioni ed i moduli per entrare a far parte della community dei relatori pubblici.

La Commissione di Ammissione e Verifica, presieduta da Celeste Bertolini e composta da Ruben Abbattista, Barbara Felcini, Francesco Granese, Giovanni Landolfi, Alberto Paletta e Rita Palumbo, prevede due nuove sessioni per i colloqui di esame per l’ammissione a Ferpi:

  • Milano – Mercoledì 24 ottobre
  • Roma – Venerdì 26 ottobre

www.ferpi.it

70 anni di grande fratello: reputazione e cronaca nell’era dell’ascolto globale

In occasione della ricorrenza della prima stesura da parte di George Orwell del romanzo “1984”, lunedì 15 ottobre alle ore 17.00, presso la Terrazza Martini di Milano si terrà “70 anni di Grande Fratello: reputazione e cronaca nell’era dell’ascolto globale”, incontro che inaugura la collaborazione tra Ferpi e L’Eco della Stampa.

La descrizione del futuro distopico fatta da Orwell era pesantemente influenzata dall’avvento dei mass media, tipico di quegli anni. Secondo una prospettiva senz’altro più fiduciosa, l’evento mira a riflettere sul modo in cui il mondo della comunicazione è stato e viene rivoluzionato dalla successiva grande rivoluzione, quella della rete.

In tempi di cambiamento è normale guardare ad altri campi della conoscenza e dell’agire umano per attingere ispirazione. Protagonisti dell’incontro saranno, infatti, dei non-professionisti della comunicazione. Persone che, per il lavoro che fanno, hanno un approccio ed un punto di vista diverso verso gli atti del comunicare e dell’ascoltare.

Ruben Oddenino, chirurgo plastico, Silvio Bulgari, scultore, Elisa Bryner, fotografa, Gabriele Mamotti, violoncellista, Giuseppe Calabrese, imprenditore della sicurezza, sono alcuni degli ospiti da cui trarre ispirazione per comprendere i mutamenti in atto nel nostro mondo.

Per ulteriori info e iscrizioni clicca qui.

Leader, meglio se donna

Lettera 43: Largo alle donne, fanno bene all’azienda

Negli ultimi anni si è diffuso, fortunatamente, un assunto che in pochi si sentirebbero di contraddire: non possiamo più permetterci di sprecare il talento femminile. Una posizione che ci libera da schemi del passato superati dall’evoluzione della società in cui viviamo, ma che non ci aiuta sul piano del “come”: che cosa dobbiamo fare affinché il potenziale femminile non venga bloccato da ostacoli, evidenti oppure nascosti, che ne impediscono la piena espressione? Il riferimento è alle famigerate quote rosa. Un concetto che suscita diffidenza, perché sembra suggerire un’imposizione che, con l’obiettivo nobile di porre rimedio a una stortura, introduce in realtà un’altra distorsione altrettanto criticabile. Gli choc, a mio avviso, sono necessari. Ciò che suscita polemica nell’immediato si traduce spesso, dopo un congruo periodo di tempo, in qualcosa di più accettabile e ordinario. C’è solo bisogno di uno strappo iniziale per lasciarsi alle spalle uno status quo dovuto perlopiù a regole non scritte, pigrizia mentale o semplice applicazione di schemi mentali diventati obsoleti.

IL 59% DEGLI AMERICANI VORREBBE PIÙ DONNE LEADER IN POLITICA

Nell’America di Donald Trump e degli accesi dibattiti innescati dal movimento #MeToo, quali sono gli orientamenti dell’opinione pubblica? Si riconosce la questione della piena inclusione delle donne nella vita economica e sociale della nazione come un’emergenza a cui porre rimedio o come un dato di contesto da accettare? Nell’ultimo report Women and Leadership 2018, pubblicato in questi giorni dal Pew Research Center, la fotografia scattata dall’istituto di ricerca a due anni dalla candidatura della prima donna alla Casa Bianca, Hillary Clinton, è in chiaroscuro: il 59% degli americani intervistati ammette che vorrebbe vedere più donne in posizioni apicali in ambito politico e la stessa percentuale si attenderebbe un numero maggiore di donne ai vertici delle aziende, con variazioni significative tra democratici e repubblicani. Gli elettori del primo partito sono il doppio più inclini dei sostenitori del Grand Old Party a riconoscere l’assenza delle donne nelle posizioni chiave della politica (79% contro 33%) e sono inoltre più propensi a indicare la discriminazione di genere come la vera causa di questo squilibrio (64% contro 30%). Un dato significativo, anche per gli strateghi politici che dovranno lavorare alle prossime elezioni di metà mandato.

STILI DI LEADERSHIP DIFFERENTI

Se allarghiamo l’immagine ai due sessi, notiamo che la percezione del gender gap si discosta: per sette donne su 10 è una realtà di fatto, mentre per solo metà degli uomini intervistati si tratta di un fenomeno di cui hanno contezza. Un risultato incoraggiante arriva da un’altra rilevazione: il 57% degli americani non ha problemi ad affermare che uomini e donne sono ugualmente in grado di occupare posizioni di responsabilità, anche se si riconoscono ai due sessi stili di leadership piuttosto diversi. La maggioranza degli intervistati, per esempio, indica le donne come le più adatte ad assumere un ruolo di guida basato sull’empatia nei confronti del proprio team e sulla capacità di trovare sempre un compromesso. Lo stesso vale per la politica: una leader donna sarà più incline a essere un modello di comportamento e a ricorrere a un atteggiamento meno aggressivo rispetto ai colleghi o avversari uomini. Gli uomini, al contrario, vengono preferiti in situazioni in cui è più utile assumersi dei rischi e dimostrare un modo di fare volitivo. Infine, se consideriamo i benefici per l’intera società gli americani non hanno dubbi: il 69% ha dichiarato che più donne in posizioni di responsabilità (in politica e nelle aziende) porterebbe a un miglioramento della qualità della vita per tutti.

Se guardiamo all’Italia, dobbiamo considerare alcuni passi importanti che sono stati compiuti negli ultimi anni. Non mi riferisco a macro-tendenze o ai segnali più evidenti (donne ai vertici di grandi aziende, associazioni e sindacati, oltre a donne in politica e alla guida di importanti dicasteri), quanto a un fenomeno che si è sviluppato senza clamori: il progressivo ingresso delle donne nei consigli di amministrazione. Lo choc iniziale positivo lo dobbiamo alla legge che ha preso il nome dalle sue due prime firmatarie Lella Golfo (Forza Italia) e Alessia Mosca (Pd), la 120 del 2011. La norma prevede di riservare nei board delle quotate e delle società a controllo pubblico un quinto dei posti al primo rinnovo (e un terzo al secondo e terzo rinnovo) al genere meno rappresentato. Trasformando una momentanea distorsione in un assist incredibile alla componente femminile. Le percentuali hanno premiato lo sforzo delle due parlamentari: più 17% di donne al primo rinnovo dei consigli di amministrazione e più 11% a quello successivo, in attesa del 2021, quando la norma andrà a scadenza.

LO STUDIO DELLA CONSOB

A valutare l’impatto positivo di questa inversione di tendenza ci ha pensato la Consob. In un quaderno di ricerca dal titolo Boardroom gender diversity and performance of listed companies in Italy, uscito in questi giorni, il team di studiosi dell’authority conclude che, se la percentuale di donne supera una soglia del 17%-20% del board, è evidenziabile un effetto positivo sui vari indicatori di performanceaziendale. Una sufficiente massa critica di manager donne (e non qualche isolata presenza di carattere perlopiù simbolico) è dunque in grado di innescare un circolo virtuoso, con impatti misurabili, tra gli altri, sul Return on Sales (Ros) e il Return on Assets (Roa). E l’intervallo di tempo analizzato è proprio quello più o meno corrispondente al varo della legge Golfo-Mosca (2008-2016).

POTENZIALE FEMMINILE IN AZIENDA E COMUNICAZIONE

Potremmo dunque affermare che la consapevolezza del problema, come ci raccontano i sondaggi condotti negli Usa, non basta. In questo caso, l’Italia può essere orgogliosa di una scelta coraggiosa che si è tradotta in trend di miglioramento concreti e in ricadute misurabili in termini di competitività. In attesa che questo regime transitorio giunga al termine, possiamo però fare in modo che ciò che è avvenuto per effetto di una regola si trasformi in consuetudine. Aprire le proprie aziende al potenziale femminile è anche una leva straordinaria di posizionamento: una comunicazione che insista su questo aspetto, sempre senza eccedere, può aiutare a rafforzare la riconoscibilità di un brand o garantire una maggiore coesione interna. Un altro elemento che può solo migliorarne ulteriormente la performance.

Bandi, gare pubbliche e fondi europei: i liberi professionisti come le pmi

Prima l’equiparazione dei liberi professionisti alle PMI, oggi la possibilità di accedere ai fondi europei.  Grazie alla Legge 208/2015, la cosiddetta Legge di Stabilità, i professionisti, così come le piccole e medie imprese, possono accedere ai fondi strutturali europei, ossia quegli strumenti per la politica di coesione dell’Unione Europea, pensati per  favorire la crescita economica e occupazionale degli stati membri, stanziati per il periodo 2014/2020.

In particolare, la Legge di Stabilità ha introdotto, anche per coloro che svolgono la libera professione, la possibilità di accesso ai fondi FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e FSE (Fondo Sociale Europeo) nonché ai Piani operativi PON (Programma Operativo Nazionale) e POR (Piano Operativo Regionale).

In base alla Regione di appartenenza, inoltre, sono previsti specifici bandi per esempio per l’accesso al microcredito (anche se nel 2018 cambieranno le norme e le percentuali a garanzia del credito concesso) o il  finanziamento per le nuove attività.

Prima di questa norma i professionisti potevano partecipare a gare ed appalti solo attraverso un contratto con un’impresa, che una volta aggiudicata una gara, aveva facoltà di coinvolgere professionisti specializzati per la realizzazione di parti del progetto.

Oggi invece per i lavoratori autonomi è possibile partecipare sia singolarmente sia con formule di aggregazione temporanea con altri professionisti, ovvero in rete con le imprese oppure in consorzi, così come regolato dalla norma contenuta nell’articolo 12 legge 81/2017, il cosiddetto Jobs Act, che consente la partecipazione dei lavoratori autonomi agli appalti pubblici stabilendone le regole.

La norma è in vigore dal 14 giugno 2017, ma non ancora molto pubblicizzata. Le Pubbliche Amministrazioni, infine, sono tenute a favorire l’accesso alle informazioni sulle gare pubbliche dei lavoratori autonomi e dei professionisti e la loro partecipazione alle procedure di aggiudicazione.

www.ferpi.it

Il mercato delle PR, tra necessità e buoni propositi

Agli inizi di gennaio non si può prescindere dal fare il bilancio degli ultimi 12 mesi appena trascorsi. Per la nostra professione il 2016 è stato un altro anno di profondi cambiamenti. E non solo per le costanti e meravigliose innovazioni tecnologiche che siano chiamati a capire e a gestire.

La sfida che siamo costretti ad affrontare riguarda l’etica e il rigore professionale, ma anche – se non soprattutto – la rivalutazione del valore generato dal nostro lavoro. Si tratta di una vera e propria scommessa: trasformare l’impatto economico (negativo) che l’ultimo decennio ha generato, in un nuovo modello di affermazione e rilancio della nostra professione.

Alcuni dati. Tra il 2011 e il 2015 le imprese attive del settore della comunicazione in Italia – tra liberi professionisti, ditte individuali e società di capitali – sono state mediamente 27,5 mila: 27.884 nel 2011, 27.872 nel 2012, 27.538 nel 2013, 27.174 nel 2014, 27.516 nel 2015.  In quel quinquennio sono scomparsi dal mercato, definitivamente, 3.044 operatori della comunicazione, registrando una media di “morte” d’impresa di 609 aziende all’anno, 61 cessazioni irreversibili al mese.  Di quei 27,5 mila attori della comunicazione, Il 57% è rappresentato da professionisti, che hanno resistito alla crisi pagando un caro prezzo, imparando a convivere con la precarietà e saltuarietà degli incarichi, accettando il deprezzamento della prestazione d’opera, la svalutazione del valore economico di una professione che costa fatica e che necessita di competenze e di formazione continua.

Una professione che, nonostante tutto, è centrale per l’economia del nostro Paese.

Da una ricerca di ottobre 2016, presentata da Confcommercio Professioni in occasione della pubblicazione del “Manifesto per la competitività dei professionisti nell’economia dei servizi” emergono dati significativi:

  • in Italia 1/4 degli occupati complessivi sono lavoratori autonomi; il doppio rispetto a Francia e Germania.
  • crescono i professionisti, soprattutto i non ordinistici (+48,8% in 5 anni), in controtendenza rispetto al calo delle altre componenti occupazionali.
  • il 99% dei professionisti non ordinistici lavorano nei servizi.
  • i professionisti dei servizi di informazione e comunicazione hanno un reddito pro capite medio di oltre 20mila euro.

La chiave di volta per la ripresa nazionale è quindi il terziario avanzato, servizi ad alto contenuto tecnologico che vedono in prima linea le professioni.

Professioni che in Europa già sono considerate giuridicamente alla stregua di un’impresa che produce lavoro e valore per il Paese.

Ferpi già vanta l’iscrizione nell’Albo Professioni non organizzate in ordini o collegi – legge n.4/2013 – grazie al suo statuto e al rispetto delle regole di aggiornamento professionale. Ma vogliamo e dobbiamo fare di più, per essere attenti a ciò che accade a livello normativo, fiscale e contrattuale, per analizzare le dinamiche del mercato, per “combattere” una vera e propria rivoluzione culturale, che vada al di là della crisi economica.

In questa rubrica si affronteranno le questioni più attuali del mercato della comunicazione da un’angolazione economica e si ospiteranno contributi di soci e colleghi. Con un unico obiettivo: confrontarci e individuare gli strumenti istituzionali, culturali e normativi utili allo sviluppo del nostro settore.

www.ferpi.it