Le istituzioni sui social media: il report DeRev

Un report pubblicato il 5 maggio 2022 da DeREv ha messo in luce il ruolo dei social media nella comunicazione istituzionale delle Regiorni e dei presidenti di Regione.

La comunicazione istituzionale sui social media ha un ruolo fondamentale per il coinvolgimento dei cittadini. Il mezzo digitale ha potenzialità enormi: permette di raggiungere platee molto ampie e di ingaggiarle in un’ottica di partecipazione attiva. Abbiamo analizzato l’efficacia della comunicazione sulle piattaforme social di Regioni e presidenti di Regione, scoprendo chi fa il miglior uso di questo canale per raggiungere i cittadini ed informarli. Una Regione o un presidente di Regione, infatti, non possono comportarsi come un esponente politico perché non si rivolgono unicamente a elettori o a sostenitori. Hanno, invece, la responsabilità di parlare a tutti i cittadini in quanto portatori di un messaggio istituzionale. Quante persone si riescono a raggiungere sui social media, e con quanta efficacia, rappresenta oggi un dato rilevante sotto il profilo democratico.

Perché indagare la comunicazione istituzionale sui social media
Come spiegato dal CEO di DeRev, Roberto Esposito, “la comunicazione digitale ha un estremo valore perché offre ai cittadini maggiori possibilità di esercitare pienamente i diritti correlati alla cittadinanza. Andrebbe quindi intesa propriamente come strumento di empowerment e abilitazione della partecipazione attiva”. Oltre al presupposto teorico, la comunicazione istituzionale sui social media è anche più efficace di qualsiasi altro canale di informazione, grazie alla diffusione che può garantire ai messaggi e agli algoritmi che consentono la profilazione degli utenti. Secondo quanto rilevato, c’è ancora molto margine di azione, in Italia, per migliorare le performance in termini di efficacia della comunicazione istituzionale. Basti pensare che molte Regioni, ancora oggi, non investono per promuovere i propri contenuti e incentivare il dialogo con i cittadini attraverso il marketing digitale.

Metodologia della ricerca
L’efficacia della comunicazione istituzionale sui social media è stata misurata sulle piattaforme Facebook, Instagram e Twitter. L’analisi ha preso in considerazione gli account ufficiali delle Regioni e dei presidenti, escludendo quelli dei consigli regionali, degli assessorati o i verticali di settore, nel periodo compreso tra l’1 gennaio 2021 e il 25 aprile 2022. Ne è stata ricavata una classifica nazionale sulla base del DeRev Score. Si tratta di un punteggio ottenuto da un algoritmo che tiene in considerazione tre parametri principali: l’ampiezza della community (numero di follower), la crescita della community su ciascuna piattaforma (percentuale di aumento del numero di follower) e l’engagement su ciascun canale social (percentuale di interazioni giornaliere).

La comunicazione istituzionale sui social media delle Regioni italiane
È la Lombardia la Regione italiana che meglio si comporta in termini di comunicazione istituzionale sui social media. Si mostra infatti capace, meglio di tutte le altre, di parlare con i propri cittadini, seguita da Lazio ed Emilia-Romagna. L’Ente, attualmente guidato da Attilio Fontana, totalizza il secondo risultato nazionale in termini di ampiezza della community (571mila follower totali), preceduta soltanto dalla Campania (665mila), ma supera nettamente l’Ente guidato da De Luca per tasso di engagement complessivo (9,3% contro 0,5%). Fanalino di coda, invece, per Valle D’Aosta e Trentino Alto Adige. Queste ultime, tuttavia, fanno parte del gruppo di Regioni che hanno scelto di investire maggiormente nella comunicazione verso l’esterno, sotto il profilo di marketing territoriale finalizzato all’attrattività e all’incoming turistico, piuttosto che sul dialogo con gli abitanti.

Le Regioni su Facebook
Dai risultati dell’indagine sulla comunicazione istituzionale sui social media si evince che Facebook è la piattaforma più diffusamente utilizzata sia dagli Enti regionali che dai presidenti di Regione. Tre Regioni registrano tassi di engagement particolarmente elevati: Lazio (29,07%), Lombardia (26,15%) ed Emilia-Romagna (23,74%) riescono a coinvolgere i propri cittadini nel flusso di informazioni istituzionali quasi 30 volte di più delle altre, che si fermano al risultato del Friuli Venezia Giulia di appena l’1,96% di engagement. Sul fronte dell’ampiezza della community, la parte da leone la fa la Campania con 665mila follower in totale, di cui 486mila su Facebook. La Campania è anche la Regione che ha fatto registrare una delle crescite maggiori (+127.956 follower nel periodo considerato), seconda soltanto alla Sicilia (+143.056).

La diffusione del messaggio in rapporto alla popolazione
Dai dati risulta evidente come alcune Regioni, tra le quali la Campania e la Sicilia, abbiano dato priorità all’ampiezza della community per cercare di parlare con quanti più cittadini possibili. Se si considerano tutte le piattaforme, l’Ente guidato da De Luca riesce a raggiungere l’11,72% della popolazione regionale. Un dato quasi eguagliato dalla Sicilia (11,17%) e superato soltanto dalla Liguria (12,98%), che però ha molti meno abitanti. Tuttavia, nonostante lo sforzo, Campania e Sicilia risultano penalizzate dalla scarsa partecipazione degli utenti. Risultano appena sotto le performance di Abruzzo e Basilicata che raggiungono, rispettivamente, il 10,28% e il 10,19% dei cittadini. Al contrario, realtà come quelle della Calabria e del Trentino Alto Adige mostrano scenari caratterizzati da una bassissima capacità di arrivare agli abitanti: appena lo 0,96% la prima e lo 0,51% la seconda.

Le Regioni su Instagram (e il fattore giovani)
Su Instagram è la Liguria a comportarsi meglio in fatto di engagement (2,70%), seguita dalla Toscana (1,89%), dalla Puglia (1,83%) e dalla Lombardia (1,71%). Anche su questa piattaforma, è la Campania ad avere il maggior numero di follower (145mila), seguita da Sicilia (93mila) e Lombardia (81mila) ma si tratta in entrambi i casi di numeri molto inferiori a quelli che si notano su Facebook. Segno che, a livello nella comunicazione istituzionale sui social media, le Regioni sono molto lontane dai giovani elettori e cittadini. I ragazzi, molto più propensi a frequentare piattaforme come Instagram e TikTok, ottengono soltanto una eco dello sforzo comunicativo dell’Ente. Da questo punto di vista, una nota di merito va al Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che è l’unico a possedere e a presidiare attivamente un account su TikTok.

Le Regioni su Twitter
Twitter si rivela una piattaforma marginale per la comunicazione istituzionale sui social media delle Regioni e maggiormente presidiata da alcuni governatori. Le community più ampie sono quelle della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, potendo contare, rispettivamente, su 120mila e 130mila follower. Tuttavia, le rilevazioni in riferimento all’engagement rilevano che si tratta di una comunicazione poco coinvolgente e quindi poco efficace. Non si va mai oltre lo 0,6%, che è il miglior risultato ed è totalizzato dalla Liguria.

­La comunicazione istituzionale sui social media dei presidenti di Regione
La ricerca di DeRev ha preso in considerazione anche la comunicazione istituzionale sui social media dei presidenti di Regione. Ne è emerso che le migliori performance siano quelle di chi ha profili di rilievo nazionale. La classifica risulta guidata da Luca Zaia, seguito da Vincenzo De Luca, Stefano Bonaccini, Nicola Zingaretti e Attilio Fontana. In particolare, dal raffronto tra le due analisi, è emersa l’attitudine dei governatori a concentrare gli sforzi sulla propria persona. Soltanto pochi governatori mostrano di credere maggiormente che la comunicazione istituzionale debba passare dall’Ente. Tra i primi c’è Zaia, che appare il più efficace nella comunicazione sui social media grazie alla capacità di generare molte interazioni (quasi 13 milioni su Facebook), ma guida una Regione che è soltanto 14esima nella propria classifica. Al contrario, altri come Vincenzo De Luca applicano all’Ente la stessa strategia e attenzione riservata alla propria comunicazione e focalizzata sulla crescita della community.

I presidenti di Regione su Facebook
De Luca vanta la community più vasta, che ammonta ad oltre 1,5 milioni di follower, seguito da Zaia (1,1 milioni) e, a notevole distanza, da Stefano Bonaccini (395mila). Il numero di follower della base della classifica dà la misura del gap: 3.700 follower per il presidente della Valle D’Aosta, Erik Lavavez, e 9.200 per Donato Toma che guida il Molise. In termini di engagement la fanno da padroni Nicola Zingaretti e Attilio Fontana, ma le rispettive community di 370mila e 243mila follower non sono neanche lontanamente paragonabili ai colleghi di Veneto ed Emilia-Romagna. La ricerca ha evidenziato che Zaia e De Luca hanno anche ottenuto la maggiore crescita di follower: 336mila il primo e 413mila il secondo. Infine, si segnala il risultato di Zaia in termini di interazioni: oltre 13 milioni, seguito da Bonaccini che ne ha totalizzate quasi 10 milioni e, molto lontano, da De Luca (5,7 milioni).

I presidenti di Regione su Instagram
È Luca Zaia il presidente di Regione che vanta la maggiore community su Instagram (490mila follower). Lo segue De Luca (407mila) e, molto indietro, Bonaccini che si ferma ad una community di 157mila follower. Si conferma così il dato già rilevato in occasione dell’analisi delle Regioni, con una comunicazione per lo più concentrata su Facebook e lontana dai giovani. La performance migliore in termini di engagement è del presidente dell’Emilia-Romagna (11,9%), seguito da Giovanni Toti (7,4%) e Zaia (6,3%). Anche su questa piattaforma il presidente del Veneto si distingue per ammontare di interazioni: oltre 14 milioni, con Bonaccini che ne totalizza 8,4 milioni e De Luca 4,3 milioni. Bonaccini e Zaia risultano anche i più prolifici in termini di produzione di contenuti: il primo ha pubblicato 3.458 post nel periodo considerato, il secondo 3.033. A seguire, quelli più prossimi sono De Luca (1.562 post) e Alberto Cirio (1.253 post).

I presidenti di Regione su Twitter
Se Twitter risulta una piattaforma è marginale per le Regioni, non lo è altrettanto per i presidenti. Zingaretti e Bonaccini, in particolare, devono il proprio posizionamento in classifica anche grazie a questo social media. Il presidente del Lazio vanta la community più ampia (582mila follower) che si configura come particolarmente ingente. A seguire, infatti, si rintracciano Michele Emiliano che però raggiunge appena 154mila utenti, Luca Zaia (130mila), e proprio Bonaccini con 128mila. Il presidente dell’Emilia-Romagna totalizza però più interazioni: 824mila contro le 252mila del collega del Lazio e le 206mila di Luca Zaia.

Confronto tra la comunicazione istituzionale sui social media delle Regioni e dei presidenti
In generale i presidenti di Regione fanno registrare numeri molto più alti rispetto a quelli dell’Ente che guidano, sia in termini assoluti che in percentuale, sia come interazioni che per numero di follower. La tendenza è quella di investire più sulla persona e meno sull’Istituzione. È una scelta sostanziale, considerato che entrambi i canali di comunicazione attingono allo stesso budget, ma che soltanto uno appartiene a un soggetto permanente, che resta patrimonio dei cittadini a prescindere dalle tornate elettorali. Come sottolineato dal CEO di DeRev, Roberto Esposito, “da un punto di vista strategico non è sbagliato puntare sulla forza comunicativa di chi guida un’Istituzione, ma bisognerebbe fare altrettanto con i canali ufficiali.

Mini-Program Altagamma: il Made in Italy su Wechat

VO+ Magazine del 15 Novembre 2022 riporta il Mini-Program Altagamma su WeChat, nell’ambito di una collaborazione tra la Fondazione, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE).

Il progetto è stato pensato per uno sviluppo sulla piattaforma di messaggistica più diffusa della Repubblica Popolare Cinese, che integra diverse funzioni tra transazioni economiche ed acquisti online. Una community di 1,2 miliardi di utenti, fatto di consumatori cinesi più giovani e inclini all’uso del digitale rispetto agli occidentali, che rappresentano oggi il 34% del mercato di alta gamma.

Si stima che nel 2025 questa percentuale crescerà fino al 45%: un acquisto su due sarà, quindi, cinese. Anche a livello globale si assiste a un ringiovanimento delle fasce di età alto spendenti: l’espansione dei brand di alta gamma, per il 180%, sarà infatti determinata dalle Generazioni Y e Z (gli under 40).

L’iniziativa, a cui hanno aderito 75 brand soci di Altagamma, sviluppata con il supporto dell’agenzia cinese D1M, ha una durata di sei mesi e si prefigge di offrire ai consumatori cinesi una rappresentazione collettiva e coerente dell’Industria Culturale e Creativa Italiana, attraverso gli strumenti di comunicazione digitali e contemporanei che più si addicono ai consumatori giovani.

Attraverso 120 post verrà creato un racconto virtuale dei valori dell’alto di gamma italiano e delle attività dei marchi aderenti. Per il settore della gioielleria hanno attualmente aderito: Buccellati, Bulgari, Pomellato, Vhernier. «Il lancio del primo Mini-Program Altagamma ci rende particolarmente orgogliosi perché, con ben 75 imprese coinvolte, è un esempio virtuoso di iniziativa di sistema e bene esprime lo spirito collaborativo della Fondazione, sintetizzato dal nostro motto Cooperare per meglio Competere», ha affermato Matteo Lunelli, Presidente di Altagamma.

«Le nostre imprese hanno bisogno oggi di dialogare con i giovani consumatori cinesi che rappresenteranno quasi il 50% del mercato mondiale di alta gamma. In questo momento in cui permane l’impossibilità di visitare il nostro Paese, un social media come WeChat è uno strumento prezioso. La trasversalità dei settori rappresentati dai brand che convivono nel Mini-Program WeChat restituisce una visione corale della nostra eccellenza, contribuendo a creare un’immagine solida dell’Italia, fondata su bellezza, creatività e innovazione». Il formato scelto da Altagamma per la promozione dei suoi brand su WeChat è quello del Mini-Program, una sub-applicazione che ha conosciuto negli ultimi anni una rapida diffusione. Il Mini-Program offre ai brand la possibilità di ingaggiare gli utenti di WeChat attraverso modalità di interazione, di informazione e di entertainment, rimanendo sempre all’interno dell’app che gli utenti cinesi utilizzano quotidianamente.

INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE, LA SITUAZIONE IN ITALIA

Il rapporto ICE 2021-2022 evidenzia la prontezza delle imprese esportatrici italiane durante e dopo la pandemia, infatti l’Italia registra tassi di crescita migliori rispetto a quelli di altre grandi economie comparabili.

All’inizio del 2022 la crescita tendenziale ha registrato un positivo del 22,4%. Nei dati però va considerata l’inflazione che dopo anni, sta caratterizzando l’evoluzione dell’economia mondiale.

Positiva è anche la crescita in termini di volume dell’export del nostro Paese, i prezzi delle materie energetiche contribuiscono al forte rialzo del valore delle importazioni e si riflettono sul deterioramento dell’avanzo commerciale.

L’80% delle aziende esportatrici sono di piccole e medie dimensioni.

L’Agenzia ICE dal 2019 ha messo in atto 20 nuove azioni, rivolte ad ammodernare e rendere più fruibili i suoi servizi alle imprese; ha modulato durante la pandemia e accelerato dopo la pandemia le attività di servizio più tradizionali (fiere in Italia e all’estero e formazione). Queste azioni si traducono in un incremento di 1,55 volte delle imprese servite e di 2,79 volte dei servizi di assistenza erogati alle imprese.

 

Il Bonus Export Digitale

Tra gli incentivi per l’internazionalizzazione delle imprese, si segnala il Bonus Export Digitale, per il quale è stato prorogato il termine per la presentazione delle domande e che vede come beneficiarie le microimprese del settore manifatturiero italiano. Il termine era stato inizialmente fissato al 15 luglio 2022 ed è stato successivamente prorogato fino ad esaurimento delle risorse disponibili. Si tratta di un contributo a fondo perduto promosso dal Ministero degli Esteri e dall’Agenzia ICE che stimola l’internazionalizzazione delle microimprese attraverso soluzioni digitali. In questo articolo vi spieghiamo come funziona e a quanto ammonta l’agevolazione concessa.

 

AGEVOLAZIONE

Per l’acquisto di soluzioni digitali per l’internazionalizzazione, il Bonus Export Digitale mette a disposizione delle imprese un contributo a fondo perduto di 4.000 euro a fronte di un investimento di almeno 5.000 euro. L’incentivo si rivolge anche alle reti e ai consorzi a cui aderiscono almeno 5 microimprese. In questo caso, l’agevolazione sale a 22.500 euro a fronte di spese ammesse di importo non inferiore a euro 25.000.

 

Quali sono le spese ammissibili?

  • spese per la realizzazione di sistemi di e-commerce verso l’estero, siti e/o app mobile, ivi compresi eventuali investimenti atti a garantire la sincronizzazione con marketplace internazionali forniti da soggetti terzi;
  • spese per la realizzazione di sistemi di e-commerce che prevedano l’automatizzazione delle operazioni di trasferimento, aggiornamento e gestione degli articoli da e verso il web nonché il raccordo tra le funzionalità operative del canale digitale di vendita prescelto e i propri sistemi di Customer Relationship Management – CRM (ad esempio i sistemi API – Application Programming Interface);
  • spese per la realizzazione di servizi accessori all’ e-commerce quali quelli di smart payment, predisposizione di portfolio prodotti, traduzioni, shooting fotografici, video making, web design e content strategy;
  • spese per la realizzazione di una strategia di comunicazione, informazione e promozione per il canale dell’export digitale, con specifico riferimento al portafoglio prodotti, ai mercati esteri e ai siti di vendita online prescelti;
  • spese per digital marketing finalizzate a sviluppare attività di internazionalizzazione: campagne di promozione digitale, Search Engine Optimization (SEO), costi di backlink e di Search Engine Marketing (SEM), campagne di content marketing, inbound marketing, di couponing e costi per il rafforzamento della presenza sui canali social, spese di lead generation e lead nurturing;
  • servizi di CMS (Content Management System): restyling di siti web siano essi grafici e/o di contenuti volti all’aumento della presenza sui mercati esteri;
  • spese per l’iscrizione e/o l’abbonamento a piattaforme SaaS (Software as a Service) per la gestione della visibilità e spese di content marketing, quali strumenti volti a favorire il processo di esportazione;
  • spese per servizi di consulenza per lo sviluppo di processi organizzativi e di capitale umano finalizzati ad aumentare la presenza sui mercati esteri;
  • spese per l’upgrade delle dotazioni di hardware necessarie allo sviluppo di processi organizzativi;
  • ogni altra spesa per servizi strettamente connessi alle finalità del bando.

Le imprese che intendono accedere al Bonus Export Digitale, dovranno rivolgersi a fornitori abilitati e iscritti in uno specifico elenco, non pubblico e consultabile solo dalle imprese beneficiarie.

Le donne nel mondo dell’imprenditoria, la situazione dell’Italia a giugno 2022

Le imprese femminili in Italia a fine giugno 2022 sono 345.000, costituendo il 22% del totale.
Il V rapporto sull’imprenditoria femminile presentato da Unioncamere, il Centro studi Tagliacarne e Si.Camera rivela che l’impresa femminile si differenzia da quella maschile per caratteristiche, dimensioni e impiego.
Prevale l’occupazione nel settore dei servizi 66,9% rispetto al 55,7% di quelle maschili. Le imprese Stem sono ancora poco scelte dalle imprenditrici, inoltre le imprese femminili hanno minori dimensioni (il 96,8% sono micro imprese con fino a 9 addetti), la maggior diffusione è nel sud del Paese dove viene raggiunto il 37%. La regione con il maggior numero di imprenditrici è la Lombardia, seguita da Campania, Lazio, Sicilia e Veneto
A livello regionale è utile informarsi su bandi e iniziative, come quello della Camera di commercio del Gran Sasso dedicato alle imprese dell’Abruzzo composte da almeno il 60% di donne, oppure la Regione Lazio elargisce contributi a fondo perduto per la creazione di imprese costituite da under 35 e donne.
Iniziative di formazione e informazione sono fatte da Terziario Donna, che rappresenta e coordina le imprenditrici associate a Unione Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza.

Una guerra ai tempi dell’era digitale

“Net-war. Ucraina, come il giornalismo sta cambiando la guerra”, così si intitola il nuovo libro di Michele Mezza, che viene approfondito da un articolo del “Terzo Giornale”. Si approfondiscono dinamiche, società e cultura della guerra in quest’era digitale.

I comportamenti delle due parti – i cittadini ucraini e la truppa di Mosca, che per numero ed estrazione sociale rappresentano un campione significativo della società russa – appaiono come la diretta conseguenza delle rispettive culture e pratiche di autonomia sociali, prima ancora che dell’organizzazione militare: quelle della popolazione di Bucha, che pur in una condizione estrema ha trovato naturale ricorrere, individualmente o a gruppi, a tutte le risorse tecnologiche per concorrere alla difesa territoriale, contrapposte a quelle dei russi che invece ignorano le più elementari norme di sicurezza esponendosi al fuoco nemico. In entrambi i casi il motore di quei comportamenti è stato l’individuo digitale, o meglio il nuovo principio di cittadinanza che consente a una persona, in virtù dei sistemi digitali di cui dispone, di aumentare a dismisura le sue capacità e la sua intraprendenza.

Fondamentale risulta, approfondendo questa pista, la differenza su cui riflette Manuel Castells in Reti di indignazione e speranza: la differenza fra individuazione – che implica la progettualità di una persona tesa a rivolgersi, attivandole, a comunità e gruppi collettivi, come la rete tendenzialmente permette – e un individualismo fine semplicemente del proprio benessere personale. Seguendo queste due categorie possiamo anticipare l’ipotesi che gli ucraini agiscano secondo l’individuazione mentre i russi sono figli di un atavico individualismo centralizzato.

La novità è proprio l’affiorare, a livello di massa, di questa tendenza all’individuazione come categoria di governance territoriale, o meglio ancora, come cartina al tornasole per scorgere l’attitudine di una comunità a una sorta di mutualismo digitale che finalizza le risorse tecnologiche a una crescita del controllo sociale sullo Stato centrale. La rete è causa ed effetto di questo nuovo istinto sociale.

Sono proprio i modelli comportamentali che caratterizzano i due belligeranti ad aiutarci a comprendere le ragioni del sorprendente epilogo emerso nella prima fase della guerra, in cui la diversa interpretazione delle risorse tecnologiche comunitarie ha decretato sul terreno l’impasse della potente armata d’invasione russa. Come ci spiega nel suo contributo in appendice, l’ingegner Pierguido Iezzi, amministratore delegato di Swascan, una delle compagnie europee più accreditate nella pianificazione e analisi di cybersecurity, il potenziale di attacco digitale russo è risultato efficace nelle incursioni contro altri Stati europei, ma comunque segnato da una logica gerarchica centralizzata, dove si coglie una visione della tecnologia digitale come puro consumo individuale separato da qualsiasi logica cooperativa e collaborativa; un consumo appunto refrattario ad ogni forma comunitaria, esattamente come appare la società civile russa, atomizzata, priva da secoli di strumenti di partecipazione reale alla governance del Paese.

Nell’assetto gerarchico russo le tecnologie sociali indotte dall’intera scala in cui è organizzata una comunità evoluta – dalle famiglie ai quartieri, alle città, alle congregazioni religiose, fino alle categorie professionali o alle lobby di interessi – risultano compresse e irrigidite in una traduzione tutta gerarchica e autoritaria. La chiave che spiega le diverse attitudini, lo vedremo meglio più avanti, è legata alle pratiche di negozialità fra società civile e Stato centrale, che in Russia non vantano memorie e predisposizioni. Il risultato nelle esperienze digitali è che realtà e realizzazioni, per quanto evolute e sorrette da capacità e competenze di indubbio livello, rimangono poi prevalentemente inscritte in una logica di subordinazione gerarchica, come sono del resto gli hacker di San Pietroburgo, che pianificano le interferenze nei Paesi occidentali descritte da Pierguido Iezzi.

Al contrario, in Occidente, compresa l’Ucraina, la società digitale, seppur dominata da strozzature monopoliste, dove la proprietà di piattaforme e algoritmi tende a sovrapporsi a un libero gioco nella gestione di dati e profilazioni, rimane caratterizzata da un sistema di cooperazione e competitività comunitaria, in cui l’individuo è protagonista in quanto parte di un grafo sociale autonomo, come avrebbe detto Albert-László Barabási nel suo fondamentale Link. In quel testo l’autore spiega come la dinamica di una rete, rappresentabile appunto in grafi, nonostante la concentrazione della sua attività attorno ai nodi più condivisi, rimanga una potenza inedita e straordinaria nell’evoluzione del capitalismo industriale. Torniamo così alla distinzione fra individuazione e individualismo di cui parlava Castells.

Persino i proprietari delle piattaforme, da Google a Facebook ad Amazon, che proprio nella dinamica delle reti a invarianza descritte da Barabási inevitabilmente finiscono per accentrare progressivamente la maggiore rilevanza e quantità di relazioni, devono poi comunque trovare il modo di conquistare la complicità dei propri utenti, arrivando a camuffare o a distorcere le relazioni con il proprio pubblico. Ma è proprio questo sforzo che ci dice come il sistema reticolare non sia automaticamente controllabile e manipolabile dai proprietari.

La guerra dei joiners

Dinanzi a questa visione sociale della società digitale, la guerra in Ucraina diventa più nitidamente analizzabile nel suo apparentemente inspiegabile andamento, in cui sono contrapposte due realtà istituzionali asimmetriche. L’ottica digitale che a noi pare avere dato un timbro alla guerra, smentendo la previsione di una facile vittoria russa e stupendo il mondo per le forme e la pervasività di una mobilitazione sociale attorno al governo di Kiev, ha portato sul campo di battaglia abilità, saperi, competenze e soprattutto solidarietà e tradizioni nella cooperazione fra i diversi soggetti che intervengono nel combattimento, a volte persino a loro insaputa. Una cultura che la rete ci ha insegnato nei suoi ormai due decenni di guida delle nostre vite.

Stiamo parlando di quell’intelaiatura di relazioni e autonomie di cui parlava Charles Tilly, che vede lo Stato come dominus inter pares e non come dominatore nel gioco dei negoziati fra interessi e culture che in Occidente caratterizza le democrazie rappresentative rispetto alle autocrazie asiatiche, e che Alexis de Tocqueville definì in maniera impareggiabile “a nation of joiners”.

La straordinaria, quanto profetica, definizione che Tocqueville sceglie per definire quell’impasto fra piccola proprietà, grandi latifondi e autonomie locali che germina poi quello che saranno gli Stati Uniti, sarà anche il terreno di coltura di quel fenomeno che è stata appunto la “nascita della società in rete”, come la definisce Manuel Castells nel primo dei volumi che compongono la sua trilogia sull’età dell’informazione.

La forma di convergenza e occasionale cooperazione fra individui e grumi di interessi, in cui è la provvisorietà ad assicurare autonomia e indipedenza a tutti i soci, a differenza delle esperienze europee, e italiane in particolare, di collaborazione e cooperative fra lavoratori strutturate in apparati permanenti per acquisire e incrementare una piccola proprietà di terra o accedere vantaggiosamente a beni e servizi, fa crescere la figura dell’anonimo e momentaneo interlocutore che in rete si aggrega su un tema o una richiesta facendo montare la valanga fino a minacciare i giganti.

Quell’infinito mosaico di joiners che si ritrovano su ogni tema e argomento, per poi separarsi una volta raggiunto l’obiettivo, e magari scontrarsi fra gli ex compagni di avventura su un tema diverso, ha generato e poi protetto la crescita di quel fenomeno che abbiamo chiamato “i social”: le piattaforme di Facebook e TikTok cosa sono se non piazze globali dove joiners di tutto il mondo si incontrano per istantanee quanto addirittura sconosciute cooperazioni? La rete è una grande eredità di quei joiners americani che costringe, questa è la sua ambiguità, le comunità a seguire questo istinto per poterla praticare.

I grafi che misuravano le attività digitali, e che ora con la guerra sono sospesi, dicono che in Ucraina ci sono circa il triplo dei siti web che in Russia e il traffico punto a punto è più del doppio, nonostante la popolazione sia circa un terzo. Si tratta di un termometro attendibile della vitalità della composizione sociale, benché nel Paese rimanga ancora forte una struttura da clan legata a latifondi economici dove oligarchi, di stampo russo, controllano intere regioni in cui operano i singoli settori economici. Ma questa struttura a guglie viene articolata e temperata dalla stratificazione storica che ha portato in Ucraina ondate di popolazioni sia da Est, con le orde tartare e poi le successive invasioni dalle steppe russe, sia da Ovest dove polacchi e baltici hanno ridisegnato più volte le frontiere. Un ruolo nel rendere il profilo sociale del Paese più frastagliato e pluralista lo gioca anche la religione, che scompone trasversalmente, da sud-est a nord-ovest, le comunità secondo l’osservanza dei diversi riti ortodossi e le diverse professioni del credo cattolico.

La frontiera che è stata violata dalle truppe russe vede appunto da una parte un Paese in cui si stavano irrobustendo gruppi di joiners, persino grazie alle contrapposizioni territoriali e linguistiche che hanno caratterizzato gli anni precedenti la guerra, e dall’altra un profilo della società ancora indifferenziato, in cui il dispositivo militare amministrativo statale appare come il moloch che schiaccia i protagonismi sociali.

Da questa differenza trarremo le ragioni che, nella prima fase della guerra, hanno visto la resistenza ucraina maneggiare e ottimizzare al meglio quei sistemi digitali che reclamano sempre autonomia e indipendenza in chi li usa. Esemplificativo di questa realtà è stato il ruolo ad esempio dei sindaci delle diverse città ucraine occupate o liberate nell’ondivago andamento dei combattimenti. Personaggi che abbiamo visto affiancare persino i comandanti militari nell’organizzazione della resistenza attorno a Kiev, nelle prime due settimane, e poi lungo tutto quell’intricato fronte sud in cui ogni città diventava una fortezza medioevale da difendere per eventuali controffensive. La biografia di questi sindaci – prevalentemente sportivi o ex militari – e la loro popolarità – anche nelle regioni di lingua russa li abbiamo visti sostenuti e seguiti dalle popolazioni locali – ci fanno intendere come ogni città sia stata un centro ad alta autonomia che manteneva una propria identità e in alcuni casi, nelle zone di confine, persino una propria politica estera, diversa da quella del governo centrale, ma non per questo si separava dallo sforzo di resistere all’invasione russa.

Sul versante opposto vediamo muoversi un pachiderma, com’è il dispositivo militare e amministrativo russo, figlio di un Paese troppo grande per permettersi frammentazioni o decentramenti, dove le distanze sono dominate solo da grandi apparati di comando e comunicazione che fanno capo a un vertice isolato, il Cremlino.

Una struttura che avverte come unico collante il legame fra il singolo russo e la sua terra, quella porzione di territorio che può calpestare o controllare, ritagliandola con lo sguardo dall’indifferenziato orizzonte che da Sebastopoli, passando per la capitale, arriva fino a Vladivostok, ben undici fusi orari a oriente. In questa infinita pianura, dove terra e cielo non riescono a districarsi, la storia non ci ha mostrato alcuna significativa forma di autorganizzazione, se non quelle ataviche istituzioni di proprietà della terra che venivano cancellate o rivoltate dalla semplice volontà di un nobile, che abbia mai potuto parlare, non dico negoziare, con Mosca. Come sbottò nella prima metà dell’Ottocento il marchese di Custine, aristocratico francese certo non sostenitore delle più ardite teorie democratiche dinanzi all’autoritarismo del regime russo, “è un tale popolo che rende indispensabile un dominio così dispotico, o è un dominio così crudele che rende il popolo così poco maneggevole?”. Uno scenario sintonizzato perennemente sulla paura dell’invasore come unica identità attiva comune. Quello stesso sentimento a cui ricorse Stalin nel suo fatidico discorso del 3 luglio del 1941 per chiamare alla resistenza contro i nazisti quelli che apostrofò con l’inconsueta espressione di “sorelle e fratelli”. Un attaccamento ancestrale che ha portato i russi ad aver vinto tutte le guerre difensive, mentre sono stati sconfitti in tutte quelle offensive.

La difesa si basa infatti su un’automatica reazione che riesce a far parlare vertice e base, mentre l’attacco prevede una lucida formazione, una capacità di trasmissione e pianificazione delle ragioni per cui si esce dai propri confini. Tanto più se la guerra è una competizione di intelligence, come avremo modo di vedere, dove bisogna massificare i dati, moltiplicare gli occhi, gestire e combinare le informazioni.

Così George Friedman, direttore della rivista “Geopolitical Futures”, inquadrava, nel marzo del 2022, lo svolgimento della prima fase delle operazioni belliche: “L’Ucraina non ha un centro di gravità ma solo una fanteria sparsa, che non ha fornito alcun obbiettivo specifico da distruggere. Anche se si potrebbe considerare guerriglia, non lo è, e l’Ucraina ha sorpreso il nemico con la sua resistenza e imprevedibilità. L’aggressore può rispondere con attacchi brutali sulla popolazione ma così non lascia agli ucraini altra scelta che combattere. L’esercito russo non era organizzato per questa guerra, non l’aveva pianificata e non può che adottare provvedimenti brutali contro i civili”. La commistione dei comportamenti della popolazione ucraina con i linguaggi dell’informazione digitale ci svela la natura e la matrice di questa imprevedibilità che ha così sorpreso i russi. E non solo.

Come Gramsci scrisse nei suoi commenti dopo la conclusione della prima guerra mondiale, nel 1919, che i cinque anni che infiammarono l’Europa valevano come cinque secoli di storia per il Vecchio continente per il loro impatto dirompente su equilibri e organizzazione degli Stati, così oggi i mesi della guerra in Ucraina che hanno sconvolto il 2022 ci sembrano bruciare decenni del pur frenetico tempo del XXI secolo, in cui le sorprese della storia ormai non ci sorprendono più.

In questo terribile anno che doveva segnare la ripresa, dopo i mesi della pandemia, siamo diventati tutti più insicuri e aggressivi per esserci trovati a contatto diretto con la linea del fuoco come non ci era mai capitato nelle precedenti esperienze di combattimenti, neanche in quelle più vicino ancora, come fu la Jugoslavia. Non solo l’evoluzione della rete ci ha fatto seguire le scie di morte dei missili che colpivano bersagli fra le folle umane, ma la dinamica di quelle azioni, l’osservazione e la trasmissioni di quelle immagini ci mostravano civili come noi, giornalisti o semplici testimoni, che giostravano con sistemi quali quelli che noi usiamo tutti i giorni – dagli smartphone ai droni commerciali, dai sistemi di tracciamento alle app comunitarie – che erano parte dei combattimenti, interferendo e alterando la stessa guerra.

L’informazione è diventata […] logistica militare. E questa evoluzione è possibile perché la struttura sociale reclama oggi decentramento delle informazioni e partecipazione alle decisioni, persino in guerra, sicuramente sul territorio, inevitabilmente nelle istituzioni. Si fa politica spalmando il potere lungo tutta l’organizzazione dei consensi. Si fa la guerra collegando lo specialista militare con le capacità del cittadino digitale.

Aziende italiane a rischio estinzione entro il 2050

Come sarà l’Italia imprenditoriale nel 2050?

Interessante intervista de “Il Settimanale” ad opera di Alessandro Paciello dove Fabio Papa, docente di economia, ricercatore ed esperto di politiche per il cambio generazionale nelle società familiari, esplicita le sue previsioni riguardo la situazione economica del paese.

Professore, lei è conosciuto per essere un ricercatore molto attento alle piccole e medie aziende italiane, con una forte vicinanza ai territori e alle famiglie imprenditoriali. Quale futuro si immagina per il nostro Paese?

Per immaginare il nostro futuro e scoprire come sarà l’Italia nel 2050, è utile partire dal nostro presente. In molti non sanno che in Italia oggi operano circa 4,5 milioni di imprese, di cui oltre – 98 su 100 – di piccole e medie dimensioni. Il dato ancora più interessante è che di questi 4,5 milioni di imprese, ben l’83% è a conduzione familiare. Parliamo quindi di circa 3,7 milioni di aziende. Pertanto, il dato significativo è che siamo un’economia mossa da piccole realtà capitanate da una moltitudine di famiglie imprenditoriali e ciò indipendentemente dalla regione presa in considerazione. Dall’altra parte, viviamo in un Paese dove la maturità imprenditoriale si ottiene solo al compimento del cinquantesimo anno d’età e che conta al suo interno un elevato numero di anziani in rapporto ai giovani. Dopo Giappone e Principato di Monaco, siamo il Paese con l’aspettativa di vita più alta al mondo.

Che cosa ci vuole dire con questi dati, quindi? E che legame c’è con territori e imprese?

Ciò che voglio dire è che la nostra economia non è a rischio recessione, ma a rischio estinzione. Ma nessuno sembra ancora essersene reso conto.

So che questa mia affermazione potrebbe risultare molto forte, ma visto che mi domanda come sarà l’Italia dei territori e delle imprese nel 2050, non posso fare altro che illustrare la dura verità, nella speranza che il mio grido d’allarme possa risvegliare gli animi di imprenditori, manager e professionisti. Ma anche dei governanti, troppo presi a rincorrere le emergenze del momento senza porsi il problema della transizione generazionale e della sua reale sostenibilità negli anni che verranno.

La sua affermazione è molto forte e mi destabilizza. Lei ipotizza che siamo a rischio estinzione imprenditoriale e che nel 2050 lo scenario non sarà affatto incoraggiante. Può essere più preciso?

La mia non è un’ipotesi, ma una certezza! E riparto dai dati: su 100 italiani solo 62 sono in possesso di un diploma. E le dirò di più: su 100 italiani solo 16 hanno conseguito la laurea. E solo 4 italiani su 100 aderiscono a meccanismi di formazione professionale durante lo svolgimento del proprio lavoro. Con oltre 3,5 milioni di giovani under 35 che – in questo preciso istante – non lavorano e non studiano. Dove voglio arrivare? L’Italia è in piena crisi culturale. Come se non bastasse, viviamo in un momento storico che richiede un enorme senso critico e dove senza aver maturato la capacità di coltivare il pensiero laterale non è possibile svilupparsi, né a livello territoriale né imprenditoriale.

Questi dati sono certamente interessanti. Lancio quindi una provocazione: se siamo così ignoranti e impreparati, come lei sta affermando, come mai rappresentiamo ancora oggi l’ottava potenza economica a livello mondiale? Ci è andata bene, finora? Solo fortuna?

No, affatto. C’è una spiegazione molto semplice: dopo la Seconda guerra mondiale l’Italia era un Paese distrutto. In questo contesto, miseria, voglia di fare e fame permeavano il tessuto sociale. Nacque proprio da questi tre ingredienti il famoso boom economico che animò la nostra Italia e che rese i territori sempre più ricchi e dinamici. Si lavorava infatti senza sosta, con entusiasmo e passione alla ricerca di un benessere sociale ed economico che abbiamo conquistato con sacrificio e lavoro. Ma c’è un problema: quel Paese è diventato molto (troppo) ricco in un lasso temporale davvero breve. Ciò ha portato la popolazione ad accumulare tanto benessere, ma poca cultura e coscienza di sé.

E sono proprio questa mancanza di cultura e di senso di popolo a rappresentare le principali cause dei mali di un sistema-paese chiaramente destinato a implodere in un mondo che è completamente cambiato; tanto che molte aziende non hanno l’opportunità di implementare il passaggio generazionale in quanto si è persa quella fame di riscatto che ha guidato il Paese proprio durante il boom economico. Per questo siamo a rischio estinzione: perché manca la miccia in grado di riaccendere gli animi, soprattutto tra i giovani. E questa miccia non può più essere data dalla fame. Serve altro: servirebbe quello spirito critico che non vedo nel Paese e che nessuno ci invita a recuperare.

Mi scusi, il suo è un punto di vista davvero singolare. Lei sta dicendo che da qui al 2050 circa un milione di aziende è a rischio scomparsa perché i giovani non avrebbero le motivazioni dei loro predecessori a causa di una mancanza generalizzata di “fame” e di una scarsa preparazione culturale e civica. È mai possibile?

Non solo è possibile, ma è la triste realtà. Ogni anno mi confronto con migliaia di giovani. Oltre il 70% di loro proviene da famiglie imprenditoriali. Il trend che si è innescato è molto chiaro: i loro genitori si sono rivelati completamente inadeguati nel guidare le nuove generazioni verso l’apprezzamento dei veri valori della vita. E li hanno anche drogati con beni materiali, forse perché si sentivano in colpa per la loro assenza da casa o, ancora, perché troppo concentrati nel produrre una ricchezza economica che ci sta portando al vuoto sociale.

Il risultato di ciò è un Paese costituito da ragazze e ragazzi senza uno scopo preciso, che vagano nel digitale in cerca di quelle risposte che solo la famiglia (sempre più compromessa) potrebbe e dovrebbe offrire. In questo scenario anche scuola e università hanno fallito, sia perché troppo distanti dalla realtà, sia perché completamente inadeguate nell’ingaggiare gli studenti. I tassi di abbandono scolastico (a livelli record in Italia) non fanno che testimoniare tutto ciò. Siamo quindi allo sbando.

Il Paese è sotto anestesia totale. E senza giovani che vogliono impegnarsi, anche succedendo con entusiasmo e passione ai propri genitori nell’azienda di famiglia, le mie previsioni sull’estinzione delle imprese risultano addirittura ottimistiche.

Senza valori e cultura non c’è futuro. Ora che sono più convinto della sua visione, mi può fornire qualche soluzione concreta all’apocalisse socio-economico da lei rappresentata?

Mi piace essere sempre molto diretto: lo scenario è già fortemente compromesso. Ma esistono delle azioni pratiche che è possibile implementare in modo immediato per mitigare gli effetti negativi. Partiamo dalle famiglie, non solo imprenditoriali: è necessario smettere di assolutizzare l’importanza dei titoli di studio.

Rimettiamo al centro la passione e il talento dei figli. Rimettiamo a fuoco i valori veri, i sentimenti, la centralità dei nuclei familiari. In poche parole il cuore!

C’è bisogno di un vero e proprio salto di consapevolezza spirituale. Solo passando «dall’importanza del mero pezzo di carta» a un Paese che punta nuovamente sulle competenze reali e ai valori umani si potrà iniziare a invertire la rotta. Una volta che i genitori avranno finalmente effettuato questo passaggio epocale, gran parte dell’ansia da prestazione che caratterizza le nuove generazioni sarà magicamente svanita.

La seconda azione operativa è quindi dedicata ai giovani. Bisogna farli uscire dalla dicotomia «o si studia o si lavora». Bisogna fare entrambe le cose per crescere rapidamente. E bisogna anche capire, indipendentemente dal percorso di vita e di studi che si intende percorrere, che tre competenze saranno sempre necessarie nell’Italia che verrà: l’utilizzo di base del computer, il che non ne significa però la paranoica dipendenza digitale; la conoscenza di almeno una lingua straniera; la capacità di ascolto, in unione alla volontà di effettuare costante sacrificio – in un’ottica di lavoro di squadra e di condivisione valoriale.

Questi tre semplici ingredienti possono far letteralmente svoltare la vita di ogni giovane italiano, avviandolo a una nuova consapevolezza e al lavoro così, che si possa uscire quanto prima dalla zona di comfort.

E, infine, un terzo e ultimo suggerimento per le imprese: tutti i titolari d’azienda ambiscono alla continuità generazionale. In fondo, siamo esseri umani. È un’aspirazione comprensibile. Ma nel mondo di domani la preparazione è tutto. E visto che fare impresa è un mestiere, servirà comprendere che solo chi ha passione ed è disposto a evolvere in modo costante merita di entrare in azienda, affiancando con umiltà i propri genitori.

Senza dimenticare che il passaggio generazionale è un processo, oltre che una sfida. Proprio come quella che dovremo vivere in questi lunghi 28 anni prima del 2050.

Siamo davvero pronti? Mi auguro di sì, perché non ci sono alternative!

Fonte: ilsettimanale.pmi.it 

Diamo la patente alle pr

Economy pubblica i risultati dell’indagine svolta da ReteCoM sul mercato della comunicazione, rivelando le insoddisfazioni, le esigenze e le aspettative dei professionisti. Di seguito l’articolo completo.

Ruoli, competenze, titoli, stipendi: nel mondo della comunicazione, paradossalmente, quello che manca è la trasparenza. ReteCoM ha voluto vederci chiaro con un’indagine capillare. Ecco cosa ha scoperto

Public relation manager, portavoce, press officer, spindoctor, reputation manager, copy, investor relator… in una parola “comunicatore”. Figure professionali diverse, competenze variegate (e in continua evoluzione), ma anche divario reddituale tra vertice e livelli intermedi, il solito gender gap e, soprattutto, un’esigenza forte, chiara e trasversale di rappresentanza, tutela, formazione e servizi dedicati a chi opera nel settore della comunicazione: ecco il menu, o forse sarebbe meglio dire la fotografia, che emerge dall’indagine di ReteCoM, la Rete tra le Associazioni per la Comunicazione e il Management, realizzata in collaborazione con ManagerItalia ed Astraricerche. «Il contesto sociale, ancor più con le implicazioni delle variabili date dalla pandemia e dalle conseguenze globali della guerra, rende questo momento storico un’occasione propizia e necessaria per avviare un percorso di definizione del settore della comunicazione e delle competenze dei professionisti che vi operano», spiega a Economy Rita Palumbo, portavoce e coordinatore di ReteCoM. «In questo momento storico, un’indagine quali-quantitativa era necessaria».

Perché?

Negli ultimi anni abbiamo assistito e vissuto avvenimenti che hanno posto sotto i riflettori dell’opinione pubblica ed economica la comunicazione come settore strategico. Durante l’emergenza sanitaria, la comunicazione tra pubblica amministrazione e cittadini, aziende, partiti, organizzazioni del terzo settore ha giocato un ruolo fondamentale, sottolineando un dato inconfutabile: l’imprescindibilità di un corretto sistema comunicazionale. Purtroppo, nel nostro Paese esiste ancora un gap culturale addirittura sul significato di “comunicazione”, che può essere colmato con una precisa definizione delle competenze e del ruolo del comunicatore professionale. Ma non solo.

Cos’altro?

In questi ultimi anni ci sono stati avvenimenti importanti per il settore e per chi svolge questa professione. Il primo riguarda la difesa dei contributi dei comunicatori da quella che abbiamo definito la “deportazione” da Inps ad Inpgi. La nostra risposta è stata dar vita a ReteCoM, la Rete delle Associazioni per la Comunicazione e il Management, un’unica sigla per aumentare il peso della rappresentanza ai tavoli istituzionali.

E il secondo?

La conclusione dell’iter della norma Uni 11483, che definisce in modo preciso e dettagliato quali sono le abilità, le conoscenze, le competenze e gli obblighi deontologici del comunicatore professionale.

E poi l’indagine…

È la logica conseguenze delle azioni portate a termine con successo: elaborare l’identikit dei comunicatori per descrivere il settore e testimoniarne le esigenze. Insomma, far capire al mercato, alla pubblica amministrazione e alla business community che chi svolge questa professionale non organizza feste o ingressi alle discoteche e non fa solo siti o post sui social. 488 risposte tutte spontanee. Siamo molto soddisfatti del risultato, perché la partecipazione è stata una scelta volontaria e consapevole, con risposte che quindi presumibilmente riportano la realtà senza filtri o pressioni.

Cos’avete scoperto?

Il questionario è stato diviso in due parti: la prima, descrittiva, per rilevare chi è, che cosa fa, dove lavora, e qual è il reddito del comunicatore professionale, che opera per il 48,7% nel Nord-Ovest, il 23,2% nel Nord-est, il 27,1% nel Centro-Sud, mentre solo l’1% all’estero; dati che confermano che oltre l’70% delle attività professionali si concentrano al Nord.  Il dato più interessante della parte descrittiva è la varietà delle figure professionali che agiscono nel sistema della Comunicazione. La domanda “in quale profilo professionale ti riconosci di più” è stata posta con due modalità: a risposta unica e a risposta multipla. Nel caso di risposte multiple emergono profili professionali diversificati, il che significa che all’interno dell’area comunicazione, lo stesso professionista svolge più ruoli. Quando invece è stato richiesto di indicare una risposta unica, la maggioranza si definisce chief communication officer, ovvero la massima figura di vertice. Questo risultato va interpretato anche da un altro punto di vista, quello della responsabilità e dell’autonomia dei processi della propria prestazione professionale.

E la seconda parte?

La seconda parte del questionario è stata finalizzata ad esprimere il proprio parere sull’attuale situazione. Nonostante il reddito sia superiore a quello degli italiani (statisticamente individuato in poco più di 21mila euro all’anno), l’indagine ha rilevato un’alta insoddisfazione reddituale, così come è alta la percentuale di coloro che ritengono che le proprie competenze pur se pienamente utilizzate, non sono adeguatamente riconosciute, anche tra coloro che ricoprono ruoli apicali ed hanno compensi oltre i 90mila euro. Questi risultati vanno letti nel contesto che denuncia quel gap culturale che non valuta adeguatamente l’importanza strategica della comunicazione nei processi di crescita e di sviluppo.

A proposito: quanto si guadagna lavorando nella comunicazione?

C’è un divario tra il libero professionista e il dirigente d’azienda delegato alla responsabilità dell’area comunicazione. E c’è una forbice molto ampia tra dirigenti e impiegati a vari livelli di esecutività. Il settore può essere suddiviso in tre grandi segmenti: liberi professionisti (oltre il 50%), dipendenti di agenzie e studi della comunicazione (circa il 35%) e la restante percentuale dirigenti e dipendenti di industrie di altri settori. L’intervento di ManagerItalia alla realizzazione dell’indagine ha registrato una considerevole partecipazione di dirigenti di imprese. Ed è questa la ragione che spiega perché tra i risultati si evidenziano anche redditi di oltre 90mila euro lordi/anno. In realtà, il reddito medio annuo lordo del settore è sotto i 30mila euro. E chi guadagna meno dei 30mila euro anno, è molto insoddisfatto. Discorso a parte per il libero professionista, che denuncia una struttura reddituale discontinua se non precaria.

Senza distinzione di genere?

Purtroppo si registra un gender pay gap, che va interpretato con la lente di ingrandimento, perché non è solo disparità reddituale. Nonostante il settore della comunicazione veda una presenza femminile pari a quella maschile, anche qui, i ruoli apicali sono degli uomini e le donne sono “relegate” a compiti, settori e ruoli più esecutivi, soffrendo del divario notevole tra manager senior e figure di diversi livelli di responsabilità ed esecuzione.

Tante competenze sottopagate e non riconosciute appieno…

In estrema sintesi sì. Va ponderato in un contesto in cui, grazie alla digitalizzazione in continua evoluzione, i comunicatori sono costantemente sotto stress, perché devono dimostrare di essere competenti e far capire ai propri capi o clienti di essere importanti nella catena del valore dell’organizzazione. E, contemporaneamente, devono continuare a studiare, formarsi e aggiornarsi per essere al pari con le evoluzioni della digitalizzazione.

Qual è l’approccio dei comunicatori alla formazione?

Di totale disponibilità. Anzi direi che la formazione è ritenuta parte indispensabile del proprio quotidiano professionale. Il non adeguato riconoscimento delle competenze rileva la necessità diffusa di migliorare le proprie prestazioni e quindi le proprie competenze anche per gestire al meglio le relazioni in azienda, in agenzia e tra consulente e cliente. L’esigenza di formarsi e di migliorarsi è trasversale, specialmente nelle figure giovani con qualche anno di esperienza.

E qui torniamo alla Uni 11483.

Purtroppo le risposte non sono soddisfacenti: il 44,1% non sa cosa sia, il 29,1% sa che esiste ma non conosce la norma, il restante 26,8% ne è pienamente informato. La conoscenza non significa applicabilità. La norma è stata pubblicata il 9 settembre 2021 – io ho partecipato alla stesura come rappresentante di Confcommercio Imprese per l’Italia/Asseprim – ed è una vera e propria rivoluzione, perché oltre a individuare conoscenze ed abilità del comunicatore professionale, ha introdotto una novità sostanziale: il professionista della comunicazione è un manager, che gestisce processi complessi, progetta, coordina, realizza strategie e attività funzionali allo sviluppo di qualsiasi organizzazione, pubblica, privata e non profit. È un manager con responsabilità di risorse professionali e risorse economiche, impegnato a ideare e coordinare progetti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione in cui opera, sia come dipendente che come consulente esterno. La norma, infine, ha stabilito gli elementi per la valutazione della conformità e gli aspetti etici e deontologici applicabili, nonché i percorsi per la formazione, l’aggiornamento e la certificazione professionale. In sintesi, può essere descritta con cinque parole chiave: identità, responsabilità, autonomia, complessità, deontologia. Parole chiave che portano ad  una rivoluzione culturale per una professione dai contorni ancora non ben definiti, che nonostante i deficit identitari, cresce, crea occupazione, produce valore economico ed evolve di pari passo con i processi digitali. Tutti coloro che operano nelle associazioni del settore hanno il dovere di impegnarsi in un percorso di informazione e sensibilizzazione culturale sull’importanza di questa norma e sulle ricadute che può – e deve – avere sul mercato e sulla tutela dei professionisti che vi operano. C’è molto da lavorare su questo, perché è un valore aggiunto.

Qual è il prossimo obiettivo?

Rispondere all’esigenza, espressa in modo univoco e inconfutabile dai partecipanti all’indagine, di poter far parte di un’associazione dedicata alla professione del comunicatore in Italia: il 76,5% esprime questo bisogno, chiedendo rappresentanza, tutela, servizi, formazione e gestione dei processi di certificazione. Per costruire una rappresentanza istituzionale forte ed autorevole, occorre dare una “casa” ai comunicatori che sia in grado di valorizzarne e tutelarne le competenze. Occorre individuare un minimo denominatore comune che sia alla base del dialogo e della collaborazione concreta tra tutte le associazioni della comunicazione e le confederazioni impegnate nella difesa delle professioni. E quel minimo denominatore comune sta proprio nella definizione identitaria definita dalla norma Uni. La difesa delle pensioni, la norma Uni e questa indagine sono i primi passi verso il riconoscimento professionale. Ora è responsabilità di tutto il mondo associativo agire in fretta per dar voce ai comunicatori e garantire loro tutela, autorevolezza e valorizzazione economica.

Fonte: Economy Magazine

I risultati dell’indagine sul mercato della Comunicazione

Le insoddisfazioni, le esigenze e le aspettative dei professionisti del settore

21 luglio 2022 – I risultati dell’indagine, realizzata da ReteCoM svolta in collaborazione con Manageritalia e Astraricerche, non lasciano dubbi: i Comunicatori vogliono far sentire la loro voce ed avere un ruolo preciso nel mondo delle professioni certificate. L’indagine, diramata dalle nostre associazioni ai propri soci e diffuso anche in rete attraverso i social, ha prodotto 488 risposte, volontarie e consapevoli, che hanno permesso di avere una prima radiografia del mercato della Comunicazione.

Entrando nel dettaglio, i risultati più significativi riportano come il Comunicatore professionale operi per il 48,7% nel Nord-Ovest, per il 23,2% nel Nord-est, e per il 27,1% nel Centro-Sud; solo l’1% ha risposto lavora all’estero, confermando che oltre il 70% delle attività professionali si concentrano al Nord.
La domanda in quale area professionale ci si riconosce di più, posta in due modalità –  risposta multipla e risposta unica –  rileva uno dei dati più interessanti della figura del Comunicatore professionale: un solo professionista svolge e gestisce più attività che richiedono competenze multiple; i risultati con la risposta unica, hanno registrano che la maggioranza dei comunicatori si definisce “chief communication officer”, quindi in una figura apicale, con capacità di coordinamento e responsabilità di obiettivi e risorse.

La seconda parte del questionario è stata invece finalizzata ad esprimere il proprio parere sull’attuale situazione di mercato. Ed è in questa sezione che emergono i gap più significativi, innanzitutto l’insoddisfazione reddituale, il non riconoscimento pieno delle proprie competenze, e il gender pay gap, causato non da una differenza di trattamento economico, ma da uno sbilanciamento nei ruoli, che vede le donne “relegate” in quelli più esecutivi.

L’insoddisfazione reddituale riguarda ogni livello professionale, da chi ricopre ruoli apicali e percepisce redditi di oltre 90mila euro lordi/anno, a chi guadagna meno dei 30mila euro anno. Insoddisfazione causata da una considerazione inadeguata del valore della prestazione professionale, sia che si tratti di un dipendente sia che si tratti dei liberi professionisti; in realtà quest’ultimi denunciano una struttura reddituale discontinua se non precaria.

Fil rouge delle risposte: avere una rappresentanza, avere una “casa” per i Comunicatori. Il 76,5% di coloro che hanno partecipato all’indagine hanno espresso la necessità di un’associazione dedicata alla professione del Comunicatore, chiedendo rappresentanza, tutela, servizi, formazione e gestione dei processi di certificazione.

Fonte: ReteCoM

European Communication Monitor 2022: i principali highlights

Ferpi, l’associazione che rappresenta in Italia i professionisti delle Relazioni Pubbliche e della Comunicazione, sintetizza i principali highlights dell’European Communication Monitor 2022. Di seguito l’articolo completo.

 

Molti professionisti della comunicazione europei trascurano i dibattiti sulla diversità e l’inclusione; qualità della consulenza e uso delle tecnologie sono tra i temi più rilevanti. È stata pubblicata l’edizione 2022 dello studio empirico più approfondito sulla comunicazione e sulle relazioni pubbliche.

Sono stati pubblicati i risultati dell’Osservatorio europeo della comunicazione 2022. Quella di quest’anno è l’indagine più ampia sul mondo della comunicazione, basandosi su 1.672 interviste a professionisti della comunicazione provenienti da 43 Paesi europei.

Il rapporto completo è disponibile gratuitamente su www.communicationmonitor.eu e fornisce preziosi spunti per le relazioni pubbliche, la corporate communication e i public affairs.

Lo studio esamina come le evoluzioni sociali e culturali della contemporaneità siano state affrontate e implementate  all’interno nella comunità professionale dei comunicatori: dall’ambizione di riconoscere diversità, uguaglianza e inclusione, fino alla tendenza verso uno stile di leadership più empatico, dalla digitalizzazione dei dipartimenti comunicazione e delle agenzie di comunicazione, fino alle dinamiche consulenziali, con un focus sulle eccellenze ed analisi più dettagliate per 22 paesi.

L’italiana Stefania Romenti, Presidente di EUPRERA, parte dai numeri che provano la solidità dello European Communication Monitor: “16 anni di storia, oltre 1600 rispondenti, 43 i paesi dove sono stati raccolti i dati. Questi i numeri dell’Edizione 2022 dell’ECM, che continua a essere una delle più preziose fonti di informazione per il monitoraggio della professione dei comunicatori. La lettura dei dati rappresenta un importante momento di riflessione su dove sta andando la comunicazione oggi, quali sono le tendenze emergenti e gli aspetti più consolidati.”

La rigorosa selezione dei partecipanti ed il quadro di ricerca unico, basato su teorie consolidate e analisi statistiche, sono infatti le caratteristiche chiave dello studio che ancora una volta è stato condotto e supportato da un team globale di professori di comunicazione e relazioni pubbliche provenienti da università di tutto il mondo.

Il professor Ansgar Zerfass, ricercatore a capo dello studio e professore dell’Università di Lipsia, sottolinea: “Siamo attualmente sta vivendo una svolta in Europa. Molti concetti che ieri erano considerati scontati sono ora sotto scrutinio: la pacifica convivenza di nazioni e persone nella nostra regione, il ruolo della politica e dei media come attori di integrazione della società e la capacità dell’economia di guidare l’innovazione e lo sviluppo sostenibile. Queste dinamiche hanno un impatto enorme sul nostro campo, e sulla gestione della comunicazione delle organizzazioni. Se alcune tendenze sono piuttosto specifiche, diverse sono comuni a tutta Europa, come ci mostra questa edizione dello European Communication Monitor.”

Kim Larsen, Global Head of Communication and Brand Experience di ING e Presidente di EACD – European Association of Communication Directors, aggiunge: “In tempi di crisi, disruption e sfiducia, la comunicazione strategica è chiave per creare un terreno comune e una comprensione condivisa ove possibile. E se – come vediamo – c’è una sfiducia crescente nelle diverse società, se i fatti e le istituzioni sono messi in discussione,  i comunicatori possono assumere un ruolo fondamentale. Lo European Communication Monitor di quest’anno ha studiato argomenti in grado di influenzare l’efficacia della nostra professione negli anni a venire”.

Diversità, uguaglianza e inclusione come sfida per la professione

La 16a edizione dell’Osservatorio europeo della comunicazione esplora se e come il dibattito sulla diversità, l’uguaglianza e l’inclusione risuona nella pratica quotidiana della gestione della comunicazione in Europa. I risultati mostrano che solo un professionista su due ha seguito le tendenze e le discussioni globali (50,7%) sul tema. Circa lo stesso numero di intervistati conferma che la DE&I è molto discusso nel proprio Paese (49,5%). Un’organizzazione su due tiene conto dell’età, dell’etnia e del sesso durante la pianificazione e l’esecuzione della comunicazione iniziative. Invece hanno meno attenzione stato socioculturale, disabilità, visioni del mondo e opinioni politiche e convinzioni spirituali. La maggior parte dei professionisti riconosce che la diversità può avere un impatto sulla fiducia con stakeholder esterni ed interni, tenendo in considerazione attentamente i fattori di diversità durante la produzione di contenuti.

Durante i periodi di crisi, come la pandemia di COVID-19, si è discusso molto sul fatto che i leader delle organizzazioni possano e debbano comunicare con maggiore empatia. L’indagine esplora questo fenomeno insieme all’effetto leadership empatica ha sulla salute mentale, l’impegno e il benessere.

Tre professionisti della comunicazione su quattro (73,3%) testimoniano i tratti empatici della leadership communication e la maggior parte degli intervistati (56,7%) ammette che questa tendenza è aumentata nell’ultimo anno durante la pandemia. Un dato incoraggiante mostra che solo l’1% dei colleghi pare essere a rischio di burnout. La cosa più importante è che i professionisti che lavorano per un leader empatico in un dipartimento di comunicazione o agenzie sono significativamente più ingaggiati e mostrano migliori livelli di salute mentale.

Consulenza esterna in comunicazione: complessità, qualità e tendenze

La maggior parte dei professionisti della comunicazione in Europa ritiene che il bisogno di consulenza da parte degli stakeholder sia in aumento. Allo stesso modo, il 63,9% degli intervistati percepisce che il settore della consulenza è divenuto sempre più diversificato e complesso, e il 60,1% afferma che garantire la qualità della consulenza esterna sta diventando sempre più difficile. Alla domanda su quale sia la  dimensione più importante per garantire la qualità dei processi di consulenza, gli intervistati mettono le persone e il know-how dei consulenti al primo posto (l’89,9% lo considera importante o molto importante), seguito dalla capacità di project management (87,7%).

Una forte maggioranza di professionisti della comunicazione in Europa sostiene l’idea di riconoscere standard di qualità in ambito: il 67,8% è d’accordo con l’affermazione che la professione ha bisogno di standard generali per la valutazione dei consulenti e per garantire la qualità della consulenza nella comunicazione, mentre il 60,7% ritiene che anche la professione abbia bisogno di standard riconosciuti dai clienti.

CommTech e la trasformazione digitale delle comunicazioni

Scoperta piuttosto sorprendente di questo studio è che solo un terzo (35,5%) dei professionisti della comunicazione in tutta Europa hanno seguito da vicino il dibattito sull’utilizzo di software e servizi per la digitalizzazione della loro funzione (CommTech). Un po’ più della metà (55,2%) ritiene che queste tecnologie cambieranno la professione di comunicazione, i dipartimenti di comunicazione o le agenzie per cui lavorano, oltre al modo in cui lavorano personalmente. Ma ci sono enormi differenze tra paesi, senza una chiara tendenza regionale. Quando si tratta di valutare i rischi, un terzo di tutti gli intervistati pensa che le nuove tecnologie di comunicazione presentino svantaggi per la comunicazione con gli stakeholder.

La riluttanza ad affrontare il tema a livello individuale corrisponde ad un moderato livello di digitalizzazione dei dipartimenti e delle agenzie di comunicazione. Solo pochissime (6,2%) di queste unità hanno digitalizzato tutte le loro attività principali e stabilito un uso molto avanzato di CommTech. A parte questi innovatori, molti restano indietro nella pratica. Le sfide più grandi in l’adozione di CommTech non sono problemi tecnologici (es. prestazioni del software) o fattori umani (es. mancanza di competenze tra i comunicatori), ma fattori che indicano deficit organizzativi all’interno delle diverse strutture.

Spesso le attività e i processi di comunicazione non sono preparati per la digitalizzazione (38,5%).  Gli ostacoli menzionati sono strutture e culture poco flessibili, oltre alla mancanza di collaborazione coni dipartimenti IT (44,7%).

Highlights

Lo European Communication Monitor 2022 ha coinvolto professionisti della comunicazione in 43 paesi, ecco i principali highlights:

  • Diversità, uguaglianza e inclusione stanno influenzando le politiche organizzative e le comunicazioni in tutto il mondo, ma solo un comunicatore su due in Europa ha seguito da vicino le tendenze e le discussioni globali in questo settore
  • La maggior parte dei professionisti ha sperimentato tratti empatici dai leader della comunicazione; questo ha un significato impatto positivo sull’impegno, sul coinvolgimento e sulla salute mentale
  • Ad oggi, pochissimi dipartimenti di comunicazione hanno stabilito un uso avanzato delle tecnologie di comunicazione digitalizzando flussi di lavoro interni e attività di comunicazione – le strutture organizzative sono identificate come l’ostacolo principale alla rapida trasformazione
  • La qualità della consulenza nelle comunicazioni è difficilmente riconosciuta; tre intervistati su quattro vorrebbero vedere standard condivisi dai consulenti e dai clienti stessi.

Lo studio rivela differenze significative tra Paesi europei, così come tra aziende e organizzazioni non profit 

Fonte: Ferpi.it

Articolo di Biagio Oppi

Il 58% delle imprese del terziario vuole assumere. Ma 8 su 10 non trovano personale

I problemi maggiori per ricettività/accoglienza, servizi e ristorazione. Mancano soprattutto camerieri, commessi, cuochi e addetti alle pulizie. Leggi il comunicato completo di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza 

Reddito di cittadinanza indicato dalle aziende come ostacolo più importante alla nuova occupazione

Marco Barbieri, segretario generale Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza: rivedere le politiche per il lavoro. Servono più formazione e incentivi maggiori per le imprese che assumono

Il 58% delle imprese del terziario a Milano, Lodi, Monza e Brianza prevede quest’anno di fare nuove assunzioni. Ma l’81% ha forti difficoltà nel reperire personale. Tra le cause di queste difficoltà il 68% indica l’indisponibilità dei potenziali lavoratori a lasciare il reddito di cittadinanza. È quanto emerge dai dati (elaborati dall’Ufficio Studi) dell’indagine di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza con le risposte di 613 imprese* in prevalenza della ristorazione (29%), dei servizi (19%) del dettaglio non alimentare (17%) e della ricettività/accoglienza (7%) variamente distribuite come numero di occupati: il 60% fino a 5 addetti, il 37% da 6 a 49 addetti, il 3% dai 50 addetti in su.

DOVE LE NUOVE ASSUNZIONI – La previsione di nuove assunzioni in questo 2022 è indicata in particolare nella ricettività/accoglienza (86%), nella ristorazione (74%) e nei servizi (71%). L’incremento degli occupati è stimato entro il 10% per il 72% del campione. Più alto della media per dettaglio non alimentare (79%), servizi (76%) e ricettività/accoglienza (75%), il 68% per la ristorazione.

E DOVE NON SI TROVA PERSONALE – Se l’81% delle imprese che intendono assumere ha
segnalato difficoltà nel reperire personale, i maggiori problemi di reperimento di nuovi addetti si registrano nella ricettività/accoglienza (95%), nei servizi (90%), nella ristorazione (88%).

LE FIGURE PROFESSIONALI PIÙ RICHIESTE – Nella ristorazione camerieri e personale di
sala (65%) poi cuochi e addetti alla cucina (52%). Nel dettaglio non alimentare commesse/i (72%) e addetti alle attività amministrative (22%). Nella ricettività receptionist/addetti all’accoglienza (65%), camerieri e personale di sala (54%), addetti alle pulizie (42%).

PERCHÈ NON SI TROVA PERSONALE – Il 68% delle imprese ha indicato, nei potenziali lavoratori, l’indisponibilità a lasciare il reddito di cittadinanza; il 66% l’indisponibilità a orari/giorni proposti; il 60% perché la retribuzione è giudicata troppo bassa e il 54% la mancanza di competenze di base di chi è alla ricerca di lavoro. “Nonostante guerra in Ucraina, caro energia, crescita dell’inflazione e calo dei consumi, la maggioranza delle imprese del terziario crede ancora nella ripresa e prevede di
investire nel personale. Ma reddito di cittadinanza e mancanza di competenze – rileva Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza – sono fra gli ostacoli più rilevanti allo sviluppo di nuova occupazione. Vanno riviste le politiche per il lavoro. Servono più formazione e incentivi maggiori per le imprese che assumono”.
*Il 75% da Milano città e hinterland.

I GRAFICI DELL’INDAGINE (A CURA DELL’UFFICIO STUDI)

Fonte: Confcommercio – Milano, Lodi, Monza e Brianza