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Parità salariale, approvata la legge in Senato

Sgravio fiscale di 50mila euro per le aziende che si dotano della certificazione di pari opportunità e modifica della discriminazione sul luogo di lavoro

 

Licenziata la legge in Senato, via libera per la parità salariale tra uomo e donna. La norma che punta a superare le disparità di genere in ufficio è realtà e prevede l’obbligo biennale per le aziende di fare un rapporto periodico circa assunzioni, retribuzioni, promozioni, mobilità, licenziamenti del personale per le aziende sopra i 50 dipendenti. Una sorta di “certificazione della parità di genere” sullo stato dei dipendenti.

Ma c’è di più per contrastare il gender pay gap. Dal 1° gennaio 2022 alle aziende pubbliche e private che abbiano redatto il rapporto e adottato comportamenti virtuosi con politiche utili a conciliare tempi di vita e di lavoro delle lavoratrici, verrà assegnato uno sgravio contributivo di 50 mila euro annui. La certificazione garantirà inoltre un punteggio premiale nell’assegnazione di fondi e nelle gare.

La legge infine estende la normativa della legge Golfo-Mosca sulle cosiddette «quote rosa» in azienda anche alle società controllate da pubbliche amministrazioni, e non quotate, riservando due quinti di presenze a figure femminili nei consigli di amministrazione per i primi sei mandati successivi all’applicazione della norma.

 

Gender pay gap, il vuoto rimane da colmare

Il dato racconta una realtà conosciuta da tempo. Le lavoratrici sono pagate meno rispetto agli uomini, ma il gender pay gap non è legato al fatto che le donne scelgano percorsi di carriera meno remunerativi: è proprio quando sfidano gli stereotipi laurendandosi in Economia o Informatica che la forbice salariale si amplia di più. Dallo studio dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica redatto da Edoardo Bella, emerge che la differenza media maggiore tra i salari maschili e femminili, a cinque anni dalla laurea magistrale, si registra proprio per gli esperti di Tecnologie Itc. Quello che si chiama gender gap pay, contro il quale una legge già approvata dalla Camera deve ora esser discussa in Senato, è una piaga italiana che non si rimargina. Il mercato è in difficoltà a far quadrare domanda e offerta perché le donne legate alle materie Stem (fisica, matematica, ingegneria, scienze) continuano a guadagnare in media 250 euro in meno degli uomini.

Perché un ingegnere o un informatico donna guadagna così tanto meno di un collega uomo?

In parte perché le donne intorno ai 30 anni si orientano diversamente: il 21% sceglie contratti part-time (contro l’8% degli uomini), i maschi lavorano 5,4 ore in più alla settimana rispetto alle femmine. A cinque anni dalla laurea il salario medio di una laureata magistrale è di 1403 euro netti mensili, mentre quello di un laureato è di 1696, con una differenza di 293 euro, pari al 21% del salario femminile. C’è sempre una corsia preferenziale per il collega uomo anche a vent’anni dalla nascita di un figlio, quando a parità di mansione il lavoro di una donna risulta ancora inferiore del 12% rispetto a quello di un uomo.

Così, il tasso di occupazione femminile che negli ultimi mesi del 2019 si stava attestando attorno a un comunque bassissimo 50%, a maggio 2020 ha toccato quota 48,3%. Ad agosto 2021, ultimo dato disponibile, si è fermato al 48,9% rispetto al 67,9% degli uomini. In pratica la fotografia delle condizioni lavorative delle donne oggi si può infatti sintetizzare in tre dinamiche: alcune non entrano proprio nel mercato del lavoro, chi lo fa sceglie contratti più precari e il tempo del non lavoro è occupato per lo più da famiglia e attività di cura.

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