PR: lo stato dell’arte nel 2020

Dal sito www.ferpi.it

Una nuova ricerca mostra le principali aree sulle quali puntano i professionisti delle digital PR per incrementare il loro vantaggio competitivo nel 2020. La piattaforma di social listening e analytics Talkwalker, ha collaborato con la società di ricerca internazionale YouGov alla realizzazione di una ricerca che ha coinvolto 3.700 professionisti del marketing e della comunicazione basati in Europa, USA, Africa, Asia-Pacifico, America Latina e Medio Oriente per analizzare lo stato dell’arte della industry nel 2020.

La ricerca globale “Lo stato delle PR nel 2020” rivela come varia la percezione e la definizione dell’offerta PR da una regione all’altra e come i diversi dipartimenti non possono più permettersi di rimanere separati in silos non comunicanti. Lo studio mette anche in evidenza i diversi modi in cui i professionisti delle PR utilizzano il social listening nel loro day by day e quali metriche utilizzano per misurare le performance delle loro attività. Risulta evidente che, grazie all’adozione di strumenti di social listening per migliorare le attività di media management, influencer marketing, crisis e reputation management, il loro ruolo aumenta di valore all’interno dell’azienda.

A livello globale, la percentuale di coloro che hanno adottato una o più soluzioni di social listening si attesta al 48%. I Paesi dove questa media è ancora più alta solo la Francia (75%), l’Italia (72%), gli Stati Uniti (71%), il Sud Africa (71%), e l’India (68%). In fondo alla classifica troviamo invece la Svezia (25%) e la Norvegia (28%).  Nonostante circa la metà dei professionisti delle PR abbia confermato che le loro aziende utilizzano tecnologie di social listening, solo il 15% le utilizza per il newsjacking, perdendosi così un’enorme opportunità, considerato il fatto che sfruttare le notizie e i temi più caldi è una delle tecniche PR più efficaci.

Gli utenti che utilizzano il social listening a livello globale erano per lo più social media manager e data analyst ma, secondo il report di Talkwalker “Lo stato delle PR nel 2020”, tra questi utenti emerge che il 33% è costituito da figure quali PR account manager, executive, coordinator, director, e vice president. Questo è un dato molto interessante per capire come si sta sviluppando la industry, cercando di massimizzare il potenziale del social listening per diverse figure e dipartimenti. Un dato altrettanto interessante e sorprendente è il fatto che solo l’8% dei C-level a livello globale utilizzano strumenti di social listening, nonostante crisis e reputation management siano casi d’uso fondamentali per la loro posizione nella PR industry.

Infine, anche l’influencer marketing, che arriverà a valere 10 miliardi di dollari nel 2020, è stato identificato dagli intervistati come parte integrante dell’offerta PR. Talkwalker ha chiesto ai professionisti marcomm con che tipologia di influencer collaborano, in che modo e quali metriche utilizzano per misurare il ROI di queste collaborazioni. Uno dei dati più interessanti è che, al contrario di quanto si tende a pensare, il settore non è dominato da Instagram bensì da Facebook. Infatti, il 70% dei professionisti a livello globale ha indicato Facebook come canale principale per le campagne di influencer marketing B2C, contro il 68% di Instagram. Questo gap aumenta se si prendono in considerazione le collaborazioni per campagne B2B, con il 65% delle collaborazioni su Facebook e il 53% su Instagram. Gli esperti PR si sono dimostrati anche molto reattivi all’adozione della piattaforma relativamente nuova Tik Tok, che è stato inserito nella strategia di comunicazione del brand dall’8% degli intervistati, per quanto riguarda le campagne B2C, e dal 4% per quanto riguarda le campagne B2B.

“Negli ultimi anni il panorama delle PR ha dovuto cambiare costantemente per rimanere al passo con le evoluzioni del mondo digitale. Questo è un momento di grande fermento nella industry, dove emergono ogni giorno nuove opportunità e nuovi potenziali che una social PR strategy può offrire”, afferma Robert Glaesener, Global CEO di Talkwalker.

“La nostra missione è quella di offrire ai professionisti delle PR e della Comunicazione una soluzione all’avanguardia nel campo della social listening e analytics, che gli permetta di di proteggere e rafforzare la reputazione del loro brand su scala globale. Recentemente abbiamo lanciato la nuova featureConversation Clusters, un sistema per visualizzare i dati in modo più efficaci, che analizza e mappa in cluster tematici i milioni di conversazioni legate ad un argomento, permettendo ai marketer e ai professionisti delle Pr di individuare facilmente le notizie, i trend e i contenuti più caldi da poter sfruttare al meglio nelle loro campagne di comunicazione.”

Per accedere al report completo e avere maggiori dettagli sui dati relativi alle diverse regioni analizzate, potete scaricare la ricerca di Talkwalker “Lo stato delle PR nel 2020” a questo link.

 

A proposito di fiducia, i risultati di Trust Barometer 2020

L’Edelman Trust Barometer 2020 rivela che, nonostante una forte economia globale e quasi la piena occupazione, la maggior parte degli intervistati in ogni mercato sviluppato non crede che tra cinque anni staranno meglio, e il 56% crede che il capitalismo nella sua forma attuale faccia più male che bene al mondo.
Viviamo in un paradosso della fiducia”, ha affermato Richard Edelman, CEO di Edelman. “Da quando abbiamo iniziato a misurare la fiducia 20 anni fa, la crescita economica ne ha favorito un aumento. Questo continua in Asia e in Medio Oriente, ma non nei mercati sviluppati, dove la disparità di reddito nazionale è ora il fattore più importante. Le paure stanno soffocando la speranza e i presupposti sul lavoro che porta alla mobilità verso l’alto non sono più valide”.
Le preoccupazioni sono ampie e profonde. La maggior parte dei dipendenti (83 per cento) a livello globale sono preoccupati per la perdita di posti di lavoro dovuta all’automazione, a una recessione incombente, alla mancanza di formazione, a una concorrenza straniera meno costosa, all’immigrazione e alla gig economy. Il cinquantasette percento degli intervistati si preoccupa di perdere il rispetto e la dignità di cui un tempo godeva nel proprio Paese. Quasi due su tre ritengono che il ritmo del cambiamento tecnologico sia troppo rapido. E non esiste una verità concordata: i 76 percento afferma di essere preoccupato per l’uso di fake news come arma.
Un numero record di Paesi sta vivendo un divario di fiducia di massa di tutti i tempi, che si sta diffondendo dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo. A livello globale, esiste un divario di 14 punti tra il pubblico informato (65) e la massa (51). Vi sono lacune a due cifre in 23 mercati, tra cui Australia (23 punti), Francia (21 punti), Arabia Saudita (21 punti), Germania (20 punti), Regno Unito (18 punti) e Spagna (17 punti).
Il business (58 per cento) è l’istituzione più affidabile, assumendo il ruolo guida nella governance globale. Le recenti decisioni della Business Roundtable di approvare un modello di stakeholder per le multinazionali americane, l’avvio di Business for Inclusive Growth incentrato su salari equi da parte delle multinazionali francesi e Business Ambition per 1,5 ° C riconoscono la più ampia responsabilità della società.
“Il business ha fatto irruzione nel vuoto lasciato dal governo populista e partigiano”, ha affermato Edelman. “Non può più essere come prima, con un focus esclusivo sui rendimenti degli azionisti. Con il 73 percento dei dipendenti che afferma di voler avere l’opportunità di cambiare la società e quasi i due terzi dei consumatori che si identificano come acquirenti motivati, i CEO comprendono che il loro mandato è cambiato”.
Gli amministratori delegati dovrebbero guidare il fronte. Il 92 per cento dei dipendenti afferma che gli amministratori delegati dovrebbero parlare delle questioni del giorno, tra cui la riqualificazione, l’uso etico della tecnologia e la disparità di reddito. Tre quarti della popolazione generale ritiene che gli amministratori delegati dovrebbero assumere un ruolo guida nel cambiamento invece di aspettare che il governo lo imponga.

“Le aspettative delle persone nei confronti delle istituzioni ci hanno portato a evolvere il nostro modello per misurare la fiducia”, ha affermato Edelman. “La fiducia oggi è concessa su due attributi distinti: competenza (mantenere le promesse) e comportamento etico (fare la cosa giusta e lavorare per migliorare la società). Non si tratta più solo di ciò che fai, ma anche di come lo fai”.
I risultati di quest’anno rivelano che nessuna delle quattro istituzioni è considerata sia competente sia etica. Il business si colloca più in alto in termini di competenza, con un enorme vantaggio di 54 punti sul governo (64 per cento contro 10 per cento). Le ONG guidano il comportamento etico nei confronti del governo (un divario di 31 punti) e delle imprese (un divario di 25 punti). Il governo è percepito come incompetente e non etico, ma ha fiducia più del doppio rispetto alle imprese per proteggere l’ambiente e colmare il divario di disparità di reddito. I media sono anche considerati incompetenti e non etici: la maggioranza (57 per cento) non crede che i media facciano un buon lavoro nel differenziare opinioni e fatti, ma li trova preziosi per la copertura delle notizie (58 per cento).

“Dopo aver monitorato 40 aziende globali nell’ultimo anno attraverso il nostro framework Edelman Trust Management, abbiamo appreso che driver etici come integrità, affidabilità e finalità guidano vicino al 76 per cento del capitale fiduciario delle imprese, mentre le competenze rappresentano solo il 24 per cento”, Ha dichiarato Antoine Harary, presidente di Edelman Intelligence. “La fiducia è innegabilmente legata al fare ciò che è giusto. La battaglia per la fiducia sarà combattuta nel campo del comportamento etico”.

Digital Jobs: la scommessa della valorizzazione economica

Di qui al 2020 crescerà di oltre 71.000 unità la domanda di cosiddetti digital jobs (IT, social & digital marketing e industria 4.0), ma si tratta di professioni remunerate ancora sotto la media.
Se si guarda ai trend, appare evidente come l’IT abbia una dinamica di sviluppo molto più lenta rispetto agli altri due gruppi, dove i profili del social & digital marketing crescono addirittura a velocità tripla rispetto al mercato.
Sono questi alcuni dei dati emersi dalla Digital Job salary Guide realizzata da Spring Professional, società di The Adecco Group specializzata nella ricerca, selezione e valutazione dei profili di middle management, in collaborazione con Job Pricing.
Lo studio raccoglie indicatori di mercato da fonti ufficiali e qualifica la retribuzione di un panel di professioni, a partire da un campione rappresentativo del mercato italiano di oltre 400.000 osservazioni qualificate.

Dall’analisi emerge che, seppure la stima del fabbisogno di profili ICT per il periodo 2018- 2020 è in una forbice tra 62.000 e 98.000 unità, di cui solo 17.000 dovute a sostituzioni di persone già in forza, i dati relativi a RAL media mostrano che gli stipendi per questo tipo di professionalità sono stabili.

Se la RAL media dei quadri italiani è di oltre 54 mila euro, quella nel settore IT si ferma a 52 mila. Il mondo dell’industria 4.0 arriva a remunerazioni di poco superiori a 53 mila euro, mentre per i quadri che operano nel social e digital marketing si hanno retribuzioni più basse in media di oltre 3 mila euro annui.
Diversa, seppur parzialmente, la situazione per gli impiegati. L’Industry 4.0 distanzia in modo molto significativo gli altri due gruppi e gli impiegati di questo segmento appaiono sopra la media di mercato con una retribuzione di oltre 34 mila euro.
Anche i trend di crescita degli ultimi 4 anni vedono i profili digital jobs crescere meno della media italiana, in particolare per impiegati e quadri nel segmento IT. Addirittura in calo la retribuzione per quadri nell’industria 4.0, mentre in crescita più della media nazionale sono i profili di social & digital marketing sia in funzione quadro che impiegato (+3,4% e +3,2%).
Ma quali sono i profili che il mercato valorizza maggiormente rispetto a ciascun gruppo professionale? Nel gruppo IT la professione più remunerativa è il Solution Manager. Il differenziale retributivo, rispetto alla media (valore medio del gruppo di riferimento =100), varia da un +55,4% al vertice ad un -14,6% in fondo alla classifica (help desk specialist). Per quel che concerne il social & digital marketing in testa troviamo il Product Manager, che ha una retribuzione superiore del 90,6 % rispetto alla media, mentre in fondo alla classifica il delta rispetto al valore medio è del 9,0% per la figura di Content editor.
Infine, nel campo dell’industry 4.0, il ruolo meglio retribuito risulta essere l’Automation Engineer. Al vertice della graduatoria la retribuzione è maggiore rispetto a quella media del +45,3%. In fondo è inferiore del -4,5% (progettista).
A livello globale tutti i settori economici stanno evolvendo in ottica “digital” e sono interessati – e lo saranno sempre più in futuro – dall’adozione di nuove tecnologie, che porteranno alla comparsa di nuove professioni e alla trasformazione, se non addirittura alla scomparsa, di molte di quelle che conosciamo oggi – ha dichiarato Francesco Manzini, Director di Spring Professional. “Eppure i Digital Jobs, sono ancora poco valorizzati in termini retributivi. Non si tratta, certamente, di un mercato con dinamiche uniformi nelle sue componenti principali ed esso è influenzato dal grado di digitalizzazione dell’economia e della società, in Italia ancora troppo bassa. Il Paese risulta al 25° posto nella zona UE per digital transformation, circa il 40% delle imprese non ha ancora un programma per la trasformazione digitale e secondo Eurostat l’86,1% delle imprese ha un livello di Digitalizzazione “basso” o “molto basso. Inoltre se gli stipendi continuano ad essere così bassi, i migliori talenti che potrebbero aiutare le imprese nel salto culturale verso la digitalizzazione andranno all’estero a mettere a frutto le proprie competenze”.

A Roma le nuove frontiere del giornalismo digitale

L’italiano istituzionale e la comunicazione pubblica

“La lingua italiana può aiutare la trasformazione digitale del nostro Paese e, in particolare, può favorire la comunicazione delle amministrazioni pubbliche. L’Italiano istituzionale è il modello di lingua per i testi ufficiali delle organizzazioni, per comunicare in modo chiaro, comprensibile, preciso e accessibile al maggior numero di persone e di dispositivi digitali. Nel volume sono descritte le caratteristiche dei linguaggi istituzionali delle PA e sono fornite indicazioni su come progettare testi istituzionali mediali accessibili. È una guida per i professionisti della comunicazione che devono sviluppare abilità di scrittura nel contesto di attività d’informazione e comunicazione del settore pubblico”.  

L’italiano istituzionale è la lingua chiara e comprensibile delle leggi, degli atti amministrativi, delle sentenze, degli avvisi pubblici, dei moduli e delle bollette delle tasse da pagare, delle notizie dei tanti media delle istituzioni, dai siti web ai social. Una lingua che mette in comunicazione facilmente le istituzioni tra loro e con i cittadini. Una lingua che varia a seconda dei contesti comunicativi e degli scopi dell’istituzione che comunica: passando dall’italiano tecnico dei linguaggi speciali del diritto e dell’amministrazione a quello più semplice dei linguaggi mediali che utilizzano linguaggi comunicativi del giornalismo e della pubblicità. L’italiano istituzionale per la comunicazione pubblica è tutto questo: una lingua scritta e parlata dalle istituzioni che la codifica digitale e mediale sta trasformando, arricchendosi non solo con l’ipertestualità, l’indicizzazione e la crossmedialità ma anche con l’interoperabilità tra sistemi informativi, l’interazione con il pubblico e l’ibridazione dei linguaggi. Un italiano usabile da istituzioni capaci di evolversi e di fare evolvere il web 3.0 in 4.0 e oltre.

La buona padronanza della lingua italiana è una competenza chiave per istituzioni e aziende. È una soft skill per la formazione di comunicatori e di manager per i quali il buon uso della lingua italiana è funzionale a pensare, comunicare e migliorare le performance aziendali. Per molto tempo non solo i linguisti hanno considerato che la lingua parlata e scritta dalle amministrazioni pubbliche, il cosiddetto burocratese, fosse un ostacolo per buona amministrazione. Barriera per la trasparenza amministrativa, per l’accessibilità ai dati pubblici e ai documenti ufficiali. Il segno dei tempi in cui alle PA poco importa la leggibilità e la comprensibilità dei testi. Una PA per cui la reputazione non è un valore da perseguire attraverso relazioni pubbliche. Questi tempi non finiranno se non si punterà sulla formazione linguistica dei comunicatori. È tempo di formare professionisti della comunicazione e manager per i quali l’italiano istituzionale sia il modello di lingua per farsi capire da persone che non sono più solo utenti o contribuenti, ma “co-designer” che partecipano alle decisioni, co-progettando i servizi digitali, ridisegnando in base ai propri bisogni, organizzazioni accessibili a tutti, persone e dispositivi digitali.

Leggi e atti amministrativi scritti male e comunicati peggio sono più difficili da capire e dunque da rispettare. Alle istituzioni serve una lingua chiara per favorire la conoscenza delle disposizioni normative e facilitarne così l’applicazione. Una lingua semplice per favorire l’accesso ai servizi pubblici e per diffondere conoscenze allargate e approfondite su temi di rilevante interesse pubblico e sociale. Una lingua accessibile per favorire i processi interni di semplificazione delle procedure e di modernizzazione degli apparati, la conoscenza dell’avvio e del percorso dei procedimenti amministrativi. Una lingua utile a promuovere l’immagine delle amministrazioni, dell’Italia, in Europa e nel mondo, rendendo noti e visibili gli eventi d’importanza locale, regionale, nazionale ed internazionale. Queste sono le principali finalità della legge 150/00 (art. 1) che disciplina le attività d’informazione e comunicazione nelle amministrazioni pubbliche. Una legge che molti vorrebbero cambiare quando, invece, andrebbe semplicemente fatta rispettare. È una norma che delinea chiari principi e finalità. Una norma che ha istituzionalizzato strutture per l’informazione e la comunicazione nelle PA in cui devono operare diversi professionisti con differenti specializzazioni che le evoluzioni tecnologiche trasformano giorno per giorno. La legge 150/00, se applicata e rispettata, creerebbe tanti posti di lavoro per chi si occupa di comunicazione, relazioni pubbliche e giornalismo.

Il mio libro è una guida per i professionisti della comunicazione che devono sviluppare abilità di scrittura nel contesto di attività d’informazione e comunicazione del settore pubblico.  Professionisti capaci di usare, trasmettere e innovare l’italiano istituzionale come modello di lingua per le comunicazioni ufficiali delle istituzioni del nostro Paese.

Giovani e Facebook, idillio finito?

Sempre meno giovani usano Facebook. Nel 2018 non raggiunge il podio, occupato da YouTube, Instagram e Snapchat. A dirlo una recente indagine del Pew Research Center di Washington. L’analisi di Sara Bassi per la rubrica #Ferpi2Be.

Il Pew Research Center di Washington è un organismo indipendente che si occupa di sondare l’opinione pubblica su diversi temi. Nel 2015 ha condotto una ricerca su dei ragazzi dai 13 ai 17 anni per capire il loro rapporto con i social media. I risultati misero in evidenza che Facebook dominava il panorama dei social con il 71% dei ragazzi che hanno dichiarato di usarlo, e il 41% di usarlo più spesso di tutte le altre piattaforme. Al secondo posto Instagram, usato per il 52% e usato più spesso per il 20%. Al terzo Snapchat, usato per il 41% e usato maggiormente per l’11%

Sara Bassi per Ferpi 

Verso BledCom 2019

Torna, dal 4 al 6 luglio, BledCom, uno degli appuntamenti più attesi dalla community internazionale dei relatori pubblici, che quest’anno dedica l’edizione 2019 ai temi di fiducia e reputazione. L’invito a non perdere l’occasione a contribuire al call for paper di Toni Muzi Falconi su Ferpi.it.

Digital4Export, a Cosenza la sesta tappa della 2 Edizione

DIGITAL4EXPORT. COMUNICAZIONE DIGITALE E FORMAZIONE PER L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE PMI

“Digital for export. Comunicazione digitale e formazione per l’internazionalizzazione delle PMI” è il tema del seminario che si svolgerà il prossimo lunedì 18 marzo alle ore 11:30, in Confindustria Cosenza – sede territoriale di Unindustria Calabria-

Digital for export ed è il tema del percorso formativo, che verrà presentato nell’occasione, ideato da ICE-Agenzia, Confindustria Piccola Industria e Intesa Sanpaolo con l’intento di fornire alle PMI una formazione focalizzata sull’importanza del digitale nei processi aziendali transnazionali.

 

 

Agenda
11.30 Apertura lavori

Natale Mazzuca, Presidente Unindustria Calabria

Crescere sui mercati internazionali: lo sviluppo delle competenze

Eugenio Caniglia, Direttore Area Imprese Calabro Lucana Intesa Sanpaolo
Adele Massi, Dirigente Servizi Formativi per l’Internazionalizzazione ICE – Agenzia)

Digital4Export: il nuovo percorso

Giuseppe Bonanno, Responsabile Development & Sales Intesa Sanpaolo Formazione

Aldo Ferrara, Vice Presidente Piccola Industria Confindustria
Adele Massi, Dirigente Servizi Formativi per l’Internazionalizzazione ICE – Agenzia

13.00 Dibattito e conclusioni
Modera Rita Palumbo, Coordinatore Didattico Digital4Export

Alla scoperta della fiducia perduta

Cresce di 8 punti la fiducia nelle aziende italiane. In generale il livello di fiducia cresce di tre punti, collocandoci al secondo posto dietro l’Olanda nella classifica europea. A dirlo la diciannovesima edizione dell’Edelman Trust Barometer che ha reso noti i dati italiani della più importante indagine globale sulla fiducia condotta in 27 Paesi su di un campione di 33.000 persone.

Edelman Trust Barometer: italiani più fiduciosi verso le aziende tricolori

Lavoro, tanto rumore per nulla

Oggi l’Istat ha reso noto i dati provvisori sull’occupazione di gennaio 2019.

Ecco il comunciato stampa integrale: “A gennaio 2019 la stima degli occupati è in lieve crescita rispetto a dicembre (+0,1%, pari a +21 mila unità); il tasso di occupazione rimane stabile al 58,7%.

L’andamento degli occupati è determinato da un aumento consistente dei dipendenti permanenti (+56 mila), mentre si osserva un calo dei dipendenti a termine (-16 mila) e degli indipendenti (-19 mila). La crescita coinvolge esclusivamente gli uomini (+27 mila) mentre risultano in lieve calo le donne (-6 mila).

A gennaio la stima delle persone in cerca di occupazione aumenta dello 0,6% (+15 mila). La crescita riguarda quasi esclusivamente gli uomini e le persone oltre i 35 anni. Il tasso di disoccupazione è stabile rispetto al mese precedente, e si attesta al 10,5%.

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a gennaio è in calo (-0,2%, pari a -22 mila unità). La diminuzione coinvolge solo gli uomini (-33 mila) e si concentra tra i 25-49enni (-48 mila). Il tasso di inattività resta stabile al 34,3% per il terzo mese consecutivo.

Nel periodo da novembre 2018 a gennaio 2019 l’occupazione registra un lieve calo rispetto ai tre mesi precedenti (-0,1%, pari a -19 mila unità). La flessione riguarda gli uomini e le persone tra i 15 e i 49 anni. Nel periodo diminuiscono i dipendenti a termine e gli indipendenti, mentre si registra un segnale positivo per i dipendenti permanenti.

Nel trimestre al lieve calo degli occupati si associa un aumento delle persone in cerca di occupazione (+1,3%, pari a +35 mila) mentre diminuiscono gli inattivi (-0,4%, -53 mila).

Su base annua l’occupazione cresce dello 0,7%, pari a +160 mila unità. L’espansione interessa entrambe le componenti di genere concentrandosi esclusivamente tra gli ultracinquantenni (+250 mila). Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età tranne i 15-34enni. Crescono soprattutto i dipendenti a termine (+126 mila) ma si registrano segnali positivi anche per i dipendenti permanenti (+29 mila) e gli indipendenti (+6 mila).

Nei dodici mesi, la crescita degli occupati si accompagna al calo dei disoccupati (-5,0%, pari a -144 mila unità) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1,0%, -129 mila).”.

Che cosa significano tanti numeri e tante percentuali? Che il mercato del lavoro non è affatto in crescita e l’occupazione in Italia sta diventando una chimera, soprattutto per i giovani, perchè la disoccupazione giovanile è ancora tragicamente stabile al 34,3% per il terzo mese consecutivo.

Leggi anche I numeri che smontano il boom di lavoro.pdf

 

 

#ECM2019: la fotografia delle Rp in Europa

Torna anche quest’anno la survey dello European Communication Monitor, un’indagine di EUPRERA (European Public Relations Education and Research Association) sull’evoluzione delle Rp in Europa, che lo scorso anno ha coinvolto più di 3000 professionisti provenienti da 48 Paesi.

È importante che i professionisti di Rp italiani rispondano numerosi in modo che i questionari raggiungano un numero adeguato per essere confrontati con quelli degli altri paesi europei e avere così un quadro utile e aggiornato dello sviluppo della nostra professione in Italia e in Europa. La compilazione del questionario non richiede più di 10 minuti ed è possibile farlo fino al 31 marzo. Tutti coloro che parteciperanno riceveranno in anteprima il rapporto di ricerca.

www.ferpi.it